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Posts Tagged ‘vecchiaia’

Sulla panchina

giugno 14, 2012 8 commenti

Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.

Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi, 1854

Oggi c’è il sole. I palazzi di questo angolo di periferia sembrano un po’ meno brutti di altri; hanno un confortevole color pastello, ampie finestre e vasi pieni di fiori ad abbellire i loro balconi. Abitazioni di quieta e ordinaria disperazione urbana. Circondato dai palazzi, il piccolo giardino dovrebbe rappresentare un’oasi di verde ma è troppo angusto e troppo trascurato per far dimenticare l’ombra dei palazzi vicini.

Questa mattina su una panchina di ferro di quel piccolo parco stava seduta una coppia di anziani intenta a fare quello che ci si aspetta da loro ormai da alcune generazioni: dare da mangiare ai piccioni. Sembravano quasi non parlare e a dirla tutta mi facevano un po’ pena, non so proprio perché. Forse perché, in questo mondo di giovanotti palestrati e scattanti, di lifting e guerra senza quartiere alle rughe, la vecchiaia ci fa pensare al fallimento, alla inevitabile sconfitta nella lotta senza speranza contro il tempo che passa.

Nonostante il caldo primaverile lui era avvolto nel suo loden verde, lei portava in testa un berrettino di lana grossa e rossa e addosso un cappottino da niente. Si sono alzati e si sono baciati appena sulla guancia, con una delicatezza ed una tenerezza che non conosce aggettivi. Poi si sono incamminati con passo incerto nel vialetto, tenendosi per mano.

Li ho guardati a lungo, questa mattina, perché ho compreso che c’era più vita in quella coppia di anziani lenti e barcollanti, fragili come foglie cadute, che in mille dei nostri uffici, dove passiamo i giorni fra monitor e scartoffie e dove lasciamo che gli anni ci scorrano addosso senza rendersi conto che l’essenziale è altrove. Forse in mezzo alle loro mani congiunte pulsa quella vita che Thoreau, dalla sua solitudine sulle rive dello stagno di Walden, voleva costringere in un angolo, liberata da ogni aggettivo, nuda ed essenziale, ridotta ai minimi termini, nient’altro che vita.

Viene voglia davvero di buttar via il portatile e la valigetta e spalancare le finestre dell’anima per farvi entrare un po’ di quel sole che inonda il giardino, come si fa con le case disabitate per far accarezzare le stanze umide da un po’ di luce dopo un lungo periodo di buio. Sento la necessità di scrollarmi di dosso questa vita da formiche, con la certezza che la stiamo sprecando, la vita, e non c’è ingiuria più grande, insulto più imperdonabile. Ci sono segnali, dettagli che ci fanno capire tutto questo; eppure ogni volta ce ne dimentichiamo e tutto torna come prima. Come se quei vecchietti non ci avessero insegnato niente.

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La scoperta delle lacrime

marzo 17, 2012 11 commenti

Li vedo sfilare davanti a me. Firmano a fatica, spesso solo un segno faticoso e tremolante, lento e impegnativo. Hanno occhi stanchi nascosti in mezzo a corridoi di rughe, sculture disegnate da anni di lavoro e di vita.

Da piccolo pensavo che i vecchi non potessero soffrire. I bambini e le donne, loro sì, erano autorizzati a piangere come pure, seppur raramente, gli adulti. Ma i vecchi no. Loro mi sembravano come alberi pietrificati, alieni al dolore e alle emozioni. Mio nonno ad esempio era una roccia. Lo aspettavo ogni sera al tramonto, curvo e lento, un caparbio contadino che si ostinava a coltivare i fianchi della montagna. Ogni suo gesto tenero racchiudeva forza e durezza.
Poi, una sera d’estate, imparai quanto mi sbagliavo.

A tarda notte, in paese, tutti erano ancora svegli. Erano i tempi in cui si lasciavano aperte le porte delle case, in cui non ci si preoccupava se i bambini non tornavano per tutto il pomeriggio, liberi di scorrazzare per case e campi, certi che qualche mamma avrebbe preparato per tutti loro una fetta di pane e olio. Erano i tempi in cui in un paese dell’Appennino la morte era condivisa da tutti quanti. I più piccoli ciondolavano di sonno in braccio alle madri, gli uomini parlottavano sotto la finestra con la luce accesa. Noi, un po’ più grandicelli, provavamo l’eccitazione di sfidare la mezzanotte ancora fuori dal nostro letto. Tutti sapevano che dietro quelle persiane chiuse dalle quali filtrava la luce gialla di una lampadina Letizia stava morendo. Tutti sapevano che il vecchio Masino, suo compagno di una vita, le stava tenendo la mano, quasi a non voler lasciarla andare.

Verso le due la finestra si aprì. Calò un silenzio quasi di sollievo; dopo tutto salutava la fine di un dolore. Il vecchio uscì. Tutti lo abbracciarono e lui, confuso, ricambiava più volte. Lo feci anch’io, forse per sembrare più grande dei miei pochi anni. Fu allora che vidi che lungo il suo viso scorrevano lacrime. Copiose come piccoli ruscelli si incanalavano lungo i solchi delle sue rughe, nette e profonde come corsi d’acqua scolpiti da millenni di lavoro, acqua e vento; i suoi occhi azzurri erano umidi come non avrei mai pensato possibile.

E’ da quella sera, ne sono certo, che di fronte alle lacrime sono totalmente indifeso.

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