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Sul treno per Vienna

Mag 7, 2013 11 commenti

treno2Il mio amico P ed io avevamo una strana abitudine.

Durante i nostri viaggi eravamo soliti scriverci a vicenda. Ad esempio viaggiando in treno ci sedevamo uno di fronte all’altro ed iniziavamo la nostra opera. Si scriveva di tutto: di viaggi, speranze, sogni, ragazze, amicizie ritrovate oppure tradite. In quelle lettere c’era la nostra visione del mondo, opportunamente duplicata in carta carbone per non perderne traccia. Una volta a destinazione ci scambiavamo quanto avevamo scritto.

Può succedere che un giorno come tanti altri, dalle pagine di un vecchio libro, riemerga inaspettatamente una di quelle lettere. Può succedere che porti con sè un messaggio che ravviva una fiammella creduta spenta. L’ho aperta con delicatezza pregustandone il contenuto senza ricordarlo. Inchiostro azzurro su quadrettini grigi. Era la copia di una di quelle lettere. Era stata scritta molti anni prima, nella penombra dello scompartimento di un treno che, in quel lontano dicembre, attraversava le Alpi e la notte in mezzo a campi e montagne bianche di neve, nascoste agli occhi dai finestrini ghiacciati.

Scorrere quelle righe è stato come tornare a casa dopo un lungo esilio. In quella lettera ho rivisto il mio antico me stesso prima che fosse spazzato via dall’età adulta; e l’ho riletta con l’animo di chi torna nella sua vecchia casa, dove ogni angolo è legato a un ricordo, a una voce, a una lacrima. Mi sono riconosciuto appena. Allora mi sentivo a mio agio nel mondo; casa era dove stava il cuore e il cuore era ovunque io fossi e in molti altri luoghi. Dalla lettera traspariva una voglia di vivere, di conoscere, di viaggiare che col tempo e con le intemperie della vita sembrava essere evaporata nel nulla; e l’età, la famiglia, il lavoro erano le lastre di marmo sotto cui esse era stata sepolta.

Quella lettera mi ha riportato qualcosa dal passato. Era stata al suo posto per anni, ignorata, addormentata, dimenticata come un geroglifico non decifrato. E ora era riemersa dal nulla ed io, come Champollion, avevo decifrato la stele; tutto era chiaro e i simboli erano tornati vivi, non più pietra incisa o inchiostro invecchiato, ma parole, pensieri, sentimenti.

Mi piace pensare che il vero destinatario di quella lettera non fosse il mio amico sul treno per Vienna ma io stesso, anni dopo; quelle righe mi aspettavano all’uscita del lungo tunnel, per ricordarmi la via che avevo smarrito.

Forse ci eravamo dati appuntamento qui ed ora, come in un racconto di Dick, e io non lo sapevo.

 

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Memorie condivise

aprile 25, 2013 9 commenti

panoramavaldorciava8Il treno scuro attraversa la campagna toscana gettando sulle colline incoronate di cipressi l’ombra leggera del vapore della locomotiva.

Seduto accanto al finestrino un giovane alto e snello guarda scivolare via i campi gialli della Valdorcia. Indossa una divisa nuova di zecca da carabiniere ed è in viaggio per la sua prima destinazione. Non sa ancora che cosa lo attende a Messina, dove poche settimane più tardi avrebbe scavato per giorni fra le macerie del terremoto del 1908, un evento destinato a rubargli in un sol colpo innocenza e giovinezza. Su quel treno che taglia la campagna senese non immagina ancora le sue mogli, i suoi figli,  suo nipote che avrebbe tenuto sulle ginocchia per  un tempo troppo breve in una città  non lontana dalle sue campagne, ma estranea, ai piedi dei monti. Gli occhi chiari fissano quelle colline basse che non avrebbe rivisto mai più.

Ogni volta che torno al paese natale di mio nonno paterno mi sembra di vivere una sorta di condivisione della memoria, come se ricordassi con la sua mente tutto ciò che mio padre mi ha raccontato di lui.

Su quel treno, seduto proprio di fronte, è come se ci fossi anch’io ad accompagnarlo nel suo viaggio verso il futuro, sorridente e invisibile.

 

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