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Il dio del tennis

dicembre 5, 2012 9 commenti
tennis4tgDopo vari insuccessi il capo aveva conquistato la presidenza di un piccolo tennis club di provincia e, per celebrare questo avvenimento, aveva organizzato il più classico dei tornei fra i soci al solo scopo di innalzare alla gloria e imperitura fama il suo pupillo, un quasi-diciottenne da tutti ritenuto una promessa del tennis. La scontata vittoria nel piccolo torneo gli avrebbe fruttato un articolo sul giornale locale e, forse, l’attenzione del più importante tennis club della provincia.


Il problema era definire il tabellone. Al primo turno nessuno voleva giocare con lui, per non giocarsi la faccia in una partita dall’esito già scritto, quindi era necessario rispolverare qualcuno che non avesse la minima aspirazione di vittoria, che fosse disposto a farsi allegramente calpestare in campo dal divo e non gliene importasse un fico secco della graduatoria del club. Cioè io.
Perciò, fra il sospiro di sollievo di tutti, il primo turno contro il futuro del tennis toscano toccava a me.

Mi presentai all’ora prestabilita nella mia solita tenuta trasandata: maglietta con su scritto I love NY dove il rosso del cuore che sostituiva la parola love aveva ormai assunto un colore rosina pallido tanti erano i lavaggi subiti, pantaloncini blu e le mie vecchissime Nike. In mano  una ancor più vecchia racchetta senza pretese.

Li vidi arrivare come in un film. Immaginatevi la scena del gruppetto che si avvicina al rallentatore accompagnato dalla colonna sonora de Il Gladiatore. Sul vialetto di accesso avanzavano in quattro. Il padre, forse cinquantenne, sguardo duro, occhi taglienti, appese alle mani sembrava avere due enormi istrici che si rivelarono poi borsoni irti di manici di racchette. Mamma esile dallo sguardo dolce e pacifico che sembrava subire la situazione. Una ragazza decisamente carina, forse la fidanzata del genio, forse sua sorella; teneva in bocca un chupa-chups gigante che ogni tanto tirava fuori dalla cavità bordata di rossetto per poter respirare. E poi lui. Firmatissimo, giovane, biondo, coi riccioli lunghi; sembrava l’incarnazione del dio Apollo che, con la faretra tintinnante di frecce, scende verso la spiaggia di Troia per sterminare gli Achei.

Mi presentai col mio miglior sorriso precisando che la cosa si sarebbe risolta in pochi minuti, vista la mia scarsa propensione al gioco del tennis del quale mi interessava solo il palleggio e l’aspetto ludico. Il giovane dio mi strinse mollemente la mano senza guardarmi in faccia mentre il padre esaminava attentamente l’incordatura delle nove racchette che si era portato al seguito. Le mie palline nuove non furono reputate degne di essere colpita da un simile genio per cui giocammo con le sue. In un ulteriore sforzo di accondiscendenza mi offrii, vista la disparità di forze in campo, se il mitico preferiva, di allenarlo sul rovescio o sulle volèes. Da come mi guardò ebbi improvvisamente chiara la situazione: ero solo un immondo, piccolo, insignificante ostacolo che si frapponeva fra il divino e il secondo turno. Indegno persino di una stilla di sudore.

Ma io sono un ingenuo e ritengo l’uomo una creatura che cela in sè bontà inaspettate. Apollo fece di tutto per farmi ricredere. Dopo pochi minuti aveva già chiuso il primo set con un umiliante 6-0 senza concedermi nemmeno un gioco, senza nemmeno farmi palleggiare. Ogni colpo un punto! Meglio così, pensai, prima la finiamo prima mi libero di costui.

I cambi di campo erano uno spettacolo. L’augusto si sedeva sulla sua sedia mentre suo padre si inginocchiava a massaggiargli le cosce e i polpacci, sua madre frugava nella borsa frigorifero e ne estraeva diversi integratori che sottoponeva alla attenta scelta del figlio. La ragazza carina continuava a succhiare indifferente il suo chupa-chups. Io avevo dimenticato l’acqua.

Ormai non c’era dialogo, anzi non c’era mai stato visto che da quando erano spuntati dal vialetto nessuno di loro mi aveva rivolto la parola. Mentre il futuro del tennis mondiale si portava sul 5-0 nel secondo set pensai che in fondo era giusto così, anche se lui, già dotato di tecnica sopraffina e di vertiginosa gioventù, dell’arroganza e del disprezzo per gli altri avrebbe anche potuto fare a meno.

Ma evidentemente esiste un dio degli oppressi, un nume tutelare delle schiappe e delle mezze cartucce. Si manifestò al punto successivo, quando il biondo angelo lanciò un grido e si accasciò presso la rete. Un crampo! Il padre gli teneva la gamba distesa, la madre gli asciugava il sudore, la ragazza masticava sensualmente il solito caramellone.
Si trascinò sulla sedia imprecando come uno scaricatore di porto. Ebbe un secondo crampo all’altra gamba. La mamma lo soccorse con una bustina di Polase.

Sentendomi un po’ in colpa mi avvicinai docile al sofferente e dissi che per me non c’erano problemi: se avesse avuto bisogno di una sosta per riprendersi avrei aspettato. Dopo tutto non ambivo ad una vittoria che non meritavo affatto. Mi guardò come un indemoniato guarda un esorcista e per tutta risposta zoppicò in campo a prendere posizione. Di nuovo, senza rivolgermi la parola.

Aveva perso tutta la sua potenza e la sua precisione; adesso potevo palleggiare e collezionare qualche punticino. Ci volle molta fatica ma alla fine vinsi il set per 7-5. Al cambio di campo, ancora una volta, mi dichiarai pronto a concedergli un po’ di riposo. A me non importava un fico secco del torneo e non avevo nessuna intenzione e soprattutto nessuna possibilità di intralciare il suo cammino. Dopo tutto ero lì solo per fare un favore ad un amico.
E’ evidente che sono stupido fino al midollo, che non capisco quanta arroganza e disprezzo possa a volte abitare il cuore delle persone anche nella semplice pratica di uno sport. Il dio caduto sputacchiò in terra e prese posizione. Per lui non esistevo.

Era troppo. Davvero troppo. Il perfido Mr. Hyde mandò a quel paese il buon Dr. Jekyll. Era pur vero che non mi importava niente della partita ma l’infame aveva smosso un po’ del mio amor proprio assopito.
Lo ammetto, fu un massacro. Soffriva visibilmente mentre lo facevo correre senza pietà da un angolo all’altro del campo o avanti e indietro con pallonetti certamente assistiti dal cielo tanto erano perfetti nella loro cattiveria. Mi sembrava di compiere un sacrilegio. Trattare così quel talento decaduto era come assaltare il Palazzo d’Inverno, violare l’harem del Sultano, stuprare le sacre vergini di Vesta nel loro tempio, ma Mr. Hyde procedeva con freddezza. Anche l’espressione del padre era cambiata e ogni tanto vedevo che mi lanciava uno sguardo quasi a tentare di leggere in quel riflesso nei miei occhi, in quella piccola smorfia di soddisfazione all’angolo della bocca, la profondità della mia determinazione. La mamma aveva già compreso l’enormità della disfatta del figlio, lo si intuiva dallo sguardo triste e assente. L’unica indifferente era la ragazza che continuava a succhiare quel che restava del suo lecca-lecca.

Finì che mi sentii in colpa per averlo eliminato. Il 6-0 al terzo set era la più umiliante sconfitta che il giovane dio avesse probabilmente mai subito. Si alzò dalla polvere e si allontanò zoppicando, attorniato dai suoi sacerdoti, consolato dalla mamma, scortato dal padre e dalla ragazza carina mentre pian piano, dentro di me, Mr. Hyde cedeva di nuovo il posto al buon Dr. Jekyll.

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