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Piccoli stupiti viaggiatori soli

gennaio 15, 2016 1 commento

lonelinessvc9Questo mio sé, situato nel cuore, è più piccolo di un granello di riso, o di orzo, o di sesamo, o di miglio, del nucleo di un grano di miglio.
Questo mio sé, situato nel cuore, è più grande della terra, più grande dell’aria, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi.
Veda, Chandogya Upanisad 3.14

C’è un verso di una canzone di Ivano Fossati (Lusitania), vecchia ormai di quasi vent’anni, che mi capita spesso di canticchiare. Uno di quei versi che riconosci come verità e in un certo senso te ne appropri.

Parla di tutti noi, viaggiatori che vagano accompagnati dalla loro solitudine. Incrociamo altri per strada, condividiamo con loro tratti del nostro cammino verso una meta che non conosciamo o ci illudiamo di riconoscere. Ci sono compagni la nostra fragilità e il nostro immancabile stupore che forse è la nostra unica vera forza. Uno stupore che riesce a smuovere gli strati profondi della nostra esistenza, che li scuote, li anima e li resuscita dal loro torpore. Piccole creature vaganti in un paesaggio indifferente, in equilibrio su fili che formano una trama per noi illeggibile. Eppure in questa fragilità è racchiuso un universo. Nel sé più profondo, piccolo e delicatissimo, pulsa il cuore, la sintesi, l’impronta dell’infinito.

Siamo davvero piccoli, stupiti viaggiatori, soli.  Oppure piccole, inconsapevoli stelle.

 

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Le stelle lente

novembre 12, 2012 11 commenti
La primavera ci regalava il possesso della notte e, nei capelli, l’aria fresca di maggio che spargeva le lacrime sulle guance, mentre pedalavamo nell’oscurità dietro ai coni di luce delle nostre biciclette. Al termine di un inverno di attesa arrivava il permesso di uscire dopo Carosello e le nostre dinamo tornavano in vita nei sabato sera. Le serate erano lunghe e luminose e la notte un territorio eccitante e sconosciuto che aspettava solo di essere esplorato.

Il campo del Carmine era un grande prato incolto incastrato fra una schiera di case basse e la vecchia chiesa sconsacrata posta proprio ai margini del centro storico. In realtà quel campo non aveva un nome ma noi bambini lo avevamo battezzato così. Era recintato da una vecchia rete metallica arrugginita e, come tutte le cose proibite, aveva un fascino irresistibile.

Parcheggiate le biciclette dietro l’angolo, strisciavamo con cautela sotto la rete in un punto in cui questa era parzialmente rialzata. Ci sembrava di entrare nel nostro regno segreto, in un mare scuro di erba alta su cui volteggiavano a centinaia le piccole lanterne delle lucciole. Ne raccoglievamo a decine nei nostri barattoli di vetro e correvamo a rifugiarci sotto i rami del grande bosso che cresceva in un angolo. La pianta ci permetteva di oltrepassare i suoi rami più esterni e di rifugiarci presso il suo tronco, come in una caverna di legno e foglie che la luce delle lucciole intrappolate illuminava appena. Più tardi, a casa e custoditi sotto un bicchiere, gli insetti, in seguito ad un misterioso fenomeno, producevano monetine guadagnandosi così la libertà.

Il campo del Carmine c’è ancora. A fianco della chiesa hanno costruito delle palazzine che ospitano uffici e il prato incolto è diventato un giardino. Ci sono passato mesi fa, in bicicletta, non certo per caso, ma per soddisfare, come spesso avviene negli ultimi tempi e in certe fasi della vita, il bisogno di ritrovare le proprie tracce e far riaffiorare ricordi nascosti. La vecchia rete non c’è più e il giardino è protetto da una bella cancellata. Nonostante fosse notte inoltrata il cancello era aperto ed io non ho saputo resistere.
Varcare quella soglia è stato come ritornare indietro nel tempo: la stessa oscurità, lo stesso profumo di notte e di erba. Erba tagliata, rasata con cura. Eppure mi sembrava di sentire ancora il solletico degli steli sulle gambe nude, la punta dell’erba che si piegava docile sotto i palmi delle mani aperte verso il basso ad accarezzarla. E, non ci crederete, di nuovo il prato era inondato di lucciole.

Il vecchio bosso era ancora là e io sono passato a salutarlo come si fa con un vecchio amico. La fessura tra i rami c’è ancora e io ci sono entrato a fatica. Il tronco adesso è più grosso ma la sensazione è stata la stessa di un tempo. Mi piace pensare che il bosso, più vecchio e più saggio, abbia riconosciuto il tocco della mia mano sul suo legno antico. Ho di nuovo attraversato il prato trapunto di lucciole, sembrava la notte stellata di Van Gogh, e sono tornato alla bicicletta, stupito di non averla trovata rossa fiammante, coperta di adesivi colorati e con i pendagli variopinti ai lati del manubrio.

In quel momento gli anni di cui mi ero liberato in quei pochi minuti mi sono precipitati addosso tutti insieme, come un cappotto troppo pesante da indossare. Ero di nuovo qui, in questo spazio e in questo tempo. Mi sono lasciato dietro le stelle del cielo e quelle che ondeggiavano lente sul prato.<!–

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