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L’ultima domanda

luglio 23, 2016 2 commenti

Materia ed energia erano terminate e, con esse, lo spazio e il tempo. Perfino AC esisteva unicamente in nome di quell’ultima domanda alla quale non c’era mai stata risposta dal tempo in cui un assistente semi-ubriaco, dieci trilioni d’anni prima, l’aveva rivolta a un calcolatore che stava ad AC assai meno di quanto l’uomo stesse all’Uomo. Tutte le altre domande avevano avuto risposta e, finché quell’ultima non fosse stata anch’essa soddisfatta, AC non si sarebbe forse liberato della consapevolezza di sé.Tutti i dati raccolti erano arrivati alla fine, ormai. Da raccogliere, non rimaneva più niente.
Ma i dati raccolti dovevano ancora essere correlati e accostati secondo tutte le relazioni possibili.
Un intervallo senza tempo venne speso a far questo.
E accadde, così, che AC scoprisse come si poteva invertire l’andamento dell’entropia.
Ma ormai non c’era nessuno cui AC potesse fornire la risposta all’ultima domanda. Pazienza! La risposta – per dimostrazione – avrebbe provveduto anche a questo. Per un altro intervallo senza tempo, AC pensò al modo migliore per riuscirci. Con cura, AC organizzò il programma.
La coscienza di AC abbracciò tutto quello che un tempo era stato un Universo e meditò sopra quello che adesso era Caos. Un passo alla volta, così bisognava procedere.
LA LUCE SIA! disse AC.
E la luce fu …
L’ultima domanda, Isaac Asimov, 1956

Il racconto L’ultima domanda fu scritto da Isaac Asimov agli albori dell’era informatica. E’ uno dei suoi racconti più celebri e verte su una domanda, una delle tante, poste ad un computer di nome Multivac (gli informatici più attempati ricorderanno che una delle marche storiche al tempo in cui i calcolatori occupavano intere stanze era la Univac).

L’ultima domanda posta al supercomputer da due operatori un po’ alticci era se si poteva, e come, arrestare la decadenza dell’universo. Per milioni di anni il computer e i suoi discendenti continuano ad elaborare gli ultimi processi che la razza umana, ormai scomparsa, ha sottoposto loro. Finché non rimane che una domanda, l’ultima, l’unico motivo che ancora giustifichi il lavoro della macchina. Il finale è quello riportato sopra ma forse la domanda non è quella più probabile.

Non sarei affatto interessato a vivere per migliaia di anni ma sarei curiosissimo di poter vedere come va a finire questa avventura umana, fino a che punto questa specie riuscirà a progredire (non solo in senso scientifico) e se in qualche modo riuscirà mai a dare una risposta alla domanda più scontata, più difficile, più sensata che un essere umano possa porsi. Qual è il senso di tutto questo, del mio passaggio qui? La disperata domanda a cui ogni filosofia o religione ha cercato, in ogni tempo, di dare una risposta.

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Di uomini e dei

dicembre 28, 2013 24 commenti

godDopo la puntura tutto cambia. Dal letto si distende fino alla finestra una strada fatta di luna, larga, e per quella strada sale un uomo in mantello bianco foderato di porpora e va verso la luna. Vicino a lui cammina un giovane con un chitone stracciato e il viso deturpato. Camminando fianco a fianco discorrono con calore, discutono, cercano di concludere un colloquio.
Il Maestra e Margherita, Michail Bulgakov, 1966

Mi ha sempre colpito quella scena finale del Maestro e Margherita, quando Gesù e Pilato discutono, al tramonto, sulla strada per Gerusalemme. Da pari a pari, il Dio si confronta con l’uomo. Un Dio più umano degli uomini.

Mi piace immaginarlo come un uomo qualunque, un impiegato  o un operaio che  rientri in casa alla sera,  lasciandosi alle spalle il mondo con il suo rumore per rifugiarsi nel  silenzio delle sue riflessioni. Mi piace pensarlo stanco, come ogni uomo dopo una giornata di lavoro, dopo un procedere ostinato di azioni, svolte in sequenza, meccanicamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Prigioniero di una vita che, anche lui, forse non ha scelto di vivere.

Lo immagino intento a scaldarsi un caffè, prima di coricarsi, oppure seduto sulla sua poltrona logora,    a guardarsi, riflesso in uno  specchio che accentua la sua solitudine, quella che si porta dentro da tempo immemorabile. L’immagine che vede non somiglia affatto a quello che la gente crede. Nessuna barba bianca, nessuna veste svolazzante né triangoli luminosi. Niente a che vedere con quanto Michelangelo ha dipinto. Solo un uomo come tanti, una vita dopo l’altra.

Eppure ha scolpito pietre  e edificato città, ha costruito mura per difendersi, ha conosciuto la polvere delle battaglie, vissuto la vita tranquilla di un contadino, partorito in un palazzo dorato, è morto di malaria o di fame, è stato squartato sulla sommità di una piramide azteca, ha conosciuto le paludi e la miseria, l’oro e la ricchezza, ha cucito le divise dei soldati, è stata rapita, stuprata; è stata geisha e sultana, eunuco e vizir, come il cieco Tiresia ha vissuto come uomo e come donna, come madre e padre ha visto morire i suoi figli. Vite crudeli, vite serene. Non è stato facile, non è affatto facile. Se qualche passante potesse gettare lo sguardo oltre la cornice illuminata della finestra  potrebbe  vedere un uomo qualsiasi ma resterebbe colpito dal suo sguardo. Né giovane né vecchio, semplicemente antico. Potrebbe immaginare il peso dei millenni aleggiare su quegli occhi piantati in un volto senza tempo. Uno sguardo antico come il mondo. Il  viandante vi noterebbe l’inquietudine e la tristezza di chi ricopre un ruolo da troppo tempo, di chi deve compiere un lavoro che lo sfinisce, lo consuma, senza un attimo di riposo perché oltre la finestra la vita si muove ovunque e lui conosce ogni animale, ogni insetto, ogni goccia che scorre nei ruscelli, ogni foglia caduta al suolo. Ma lui è solo di una solitudine abissale nonostante sia sempre nei pensieri di molti.

Hanno innalzato chiese e campanili, cattedrali e minareti, stupa e pagode, totem e piramidi. Tutti pregano, bestemmiano, implorano invano. Solo lui può vedere ogni lieve scintilla di vita, solo lui conosce ogni preghiera, ogni disperato grido di aiuto, di fame, di rabbia, di dolore. Lo immagino chiudere gli occhi. Il passante potrebbe giurare che quell’uomo è sopraffatto dal dolore, dall’impotenza, spossato dal peso di un destino che gli impedisce di andare a rialzare ogni caduto, a curare ogni malato, a salvare ogni bambino  perché sua è la potenza ma suo anche il limite che ne vincola la volontà. Può creare universi ma resta inchiodato ai suoi limiti. Come possono capirlo gli uomini, come potrebbero mai  immaginarlo? Ha assistito impotente ai massacri di innocenti, al crollo delle sue case,  erette da chi lo teme e lo prega. Ha visto ogni neonato apparso nel mondo e ogni vecchio che in quell’istante moriva.  Ha visto uomini consumati da droghe vecchie e nuove, mescalina o extasy, denaro o alcol poco importa, ha visto moltitudini massacrarsi, annientarsi nel suo nome. Non era questo che voleva.

Lo immagino alzarsi dalla sedia come se volesse scacciare un pensiero troppo pesante da sopportare, forse  il sospetto del suo stesso  fallimento, e varcare la soglia della porta accanto per poi chiuderla dietro di sé. E da quella stanza posso osservarlo contemplare tutti gli oceani e le montagne del mondo, dei mondi,  e i calendari dei popoli incastonarsi nei loro cicli infiniti. Muovere il tempo. E contemporaneamente è nel passato, nel presente e nel futuro, ascolta  lingue che nessuno ha ancora parlato ed è testimone di tutte le speranze e le paure degli uomini morti da millenni e quelle di coloro che tra millenni nasceranno. Ma vede soprattutto il destino che gli incatena le mani, che gli impedisce di abbracciare le creature dei suoi mondi, la condanna che schiaccia la sua coscienza. Lui, creatore e  carnefice di ogni essere vivente, così simile alle sue creature, costretto a far compiere al suo universo un altro giro. Deve sentirsi così stanco, così deluso.

Fuori, oltre la notte, gli uomini continuano a pregarlo e ogni preghiera raggiunge il suo orecchio. Anche lui, pensa, avrebbe tanto voluto un dio da pregare.

 

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ 

 

San Juan de Chamula

settembre 20, 2013 8 commenti

chamula2Chiapas. Messico profondo. Tra gli stati della federazione è il più povero. E questa zona indigena è la più povera tra i poveri.

San Juan de Chamula è nel cuore del Chiapas. E’ la patria dell’esercito Zapatista del subcomandante Marcos che tante speranze ha acceso tra gli indigeni negli anni novanta. Scritte e murales ancora inneggiano agli zapatisti, nascosti della giungla, anche se l’entusiasmo sembra essersi spento; tanta ideologia, pochi risultati, e la vita è sempre durissima, come sempre. Le tombe del piccolo cimitero sono colorate, le croci variopinte stanno a indicare l’età del defunto. A fianco corre la via principale bordata di povere case, spesso solo quattro pareti di mattoni grigi, e bancarelle. Tutto è molto colorato, così come i vestiti tradizionali delle donne. Le abbiamo già viste, loro, nelle vie di San Cristobal de las Casas, intente a vendere i loro lavoretti artigianali, sempre dolcissime e con un perenne sorriso sulle labbra. Il loro valore sociale è nullo, qui sono quasi schiave degli uomini dal panama bianco in testa e il giacchetto di lana lunga e bianca.

La chiesa di San Juan è bianca con il portale di ingresso decorato e dipinto di verde. Sembra una chiesa come le altre ma non lo è. Qui il tempo si è fermato e la religione dei conquistatori si è fermata sulla soglia di questo mondo, contaminandolo ma lasciandone intatte le fondamenta religiose. Un gruppetto di uomini passa lasciando una scia di fumo e di litanie, la folla si apre in segno di rispetto. Un mayordomo, col suo fazzoletto bianco in testa,  attraversa la piazza; tiene in mano un libro, seguito da uomini nel loro tradizionale completo bianco. E bene capire che qui non si fotografa. Solo i giovani accettano, in cambio di qualche pesos, di farsi riprendere. Con gli adulti è meglio evitare. un grande cartello posto all’ingresso del paese avverte che chi infrange questa regola rischia molto, non solo percosse ma anche l’arresto da parte della polizia onnipresente. Mi sembra giusto. Siamo ospiti, qui.

Varcare la soglia della chiesa significa entrare in un altro mondo. La navata è illuminata da centinaia di piccole candele poste sul pavimento ai lati della chiesa, di fronte a decine di statue. Sono le statue dei santi. Il crocifisso non c’è. Si trova in disparte, quasi inutile e dimenticato. Il santo principale, San Giovanni Battista, ha davanti a sé moltissime candele. Il pavimento profuma di fresco; è ricoperto da aghi di pino verdi che lo rendono morbido e silenzioso. E’ mercoledì. Non è un giorno propizio per pregare, i giorni migliori sembrano essere il giovedì e il venerdì, quando la chiesa è affollata. Davanti ad una statua c’è una famigliola, padre, madre e due bambini. La statua, come tutte le altre, è coperta di specchietti perché quando si prega si deve essere sinceri, guardare i propri occhi riflessi nello specchio. Il padre, con una candela spenta in mano, mormora una litania in lingua tzotzil poi passa la candela sulla testa della donna, la strofina sulla schiena, sul seno, sul ventre poi la accende e la appoggia in terra davanti alla statua. Il fumo porterà, con l’intercessione del santo, la preghiera verso la divinità di cui il santo rappresenta un collaboratore. Sì, perché questa è in fondo la funzione di queste statue. Sono solo intermediari verso una più potente e antica divinità, sono impiegati che se non fanno il proprio lavoro possono essere puniti, coperti da un panno nero e rimossi, non più nutriti dalle candele o dalle offerte; basta che un numero sufficiente di persone si rivolga al mayordomo e questi, secondo tradizione, rimuoverà la statua per un periodo stabilito. Ma il problema deve essere serio, visto che da una borsa il padre tira fuori una gallina morta, una vita sacrificata, una ulteriore offerta al santo e di conseguenza al dio che sta sopra di lui.

Lascio la famigliola alle sue preghiere o cure. In queste zone quando ci si sente male non si va dal medico, ma dal curandero-mayordomo, si portano le offerte in chiesa, si accendono candele, si prega e si beve Coca-cola, sempre presente in grande quantità. I rutti espellono il male, questo il suo scopo. I curanderos si sono addirittura organizzati in associazioni, si parla di etno-medicina ed è diffusa nelle municipalità di San Juan de Chamula, di Zinacantàn, di Oxchuc e oltre. Si chiedono guarigioni, ma anche buoni raccolti, abbondanza di mais e qualche malocchio per i nemici; le candele nere servono a quest’ultima richiesta.

Fuori si torna in un mondo più familiare. I bambini si affollano intorno a te per venderti frutta e collane. Le donne continuano a sorridere, dolcissime e pazienti.

Jizo

giugno 3, 2012 7 commenti

Impossibile non vederli. A volte si incontrano agli angoli delle strade di campagna, più spesso all’interno dei recinti sacri dei templi buddhisti e nei cimiteri. L’intero Giappone ne è cosparso.

Sono piccole statuette di pietra raffiguranti una figura, in piedi, dalle fattezze simili a quelle di un bambino. Si chiamano Jizo e, nel Giappone moderno, sono considerati i benevoli protettori dei bambini sofferenti, di quelli che sono morti e di quelli che ancora devono vedere la luce. Gli ideogrammi che compongono il loro nome significano terra (ji)grembo (zo), ma quest’ultimo ideogramma può avere anche il significato di tesoro, quindi il loro nome può essere tradotto come grembo della terra oppure tesoro della terra.

Il loro culto è stato introdotto in Giappone dalla Cina durante il periodo Nara (710 – 794 d.C.) dalle sette zen Tendai e Shingon. Inizialmente questa divinità aveva il compito di intervenire in purgatorio (o qualcosa di simile) per proteggere i bambini morti prematuramente e confinati in quel luogo di sofferenza a scontare la pena per aver fatto soffrire i loro genitori. Con il tempo il loro ruolo è cambiato ed ha assunto caratteristiche tipiche anche di alcuni kami shintoisti. Ai nostri giorni sono considerati protettori e amici dei bambini, delle donne incinte e dei pompieri e vengono raffigurati un po’ ovunque, persino nei fumetti e nei cartoni animati.

Sono un tocco di tenerezza inaspettato in un Giappone che spesso non riusciamo a capire, ormai schiavo della più spinta modernità ma ancora tenacemente aggrappato alle proprie tradizioni millenarie. I jizo sono spesso rivestiti di piccoli indumenti, cappellini, pupazzi di peluche che i genitori hanno posto loro accanto per i loro piccoli perduti.

Quelle distese di statuette sorridenti e colorate sono testimoni di una tenerezza infinita e privatissima, raramente esternata nella rigida società giapponese, ma che nei recinti sacri dei templi zen, nella pace dei giardini di muschio e di pietra, trova il suo ambiente più adatto. Come compagnia, solo il rumore del vento fra i foglietti bianchi di preghiera annodati ai rami degli alberi.

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