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Posts Tagged ‘musica’

La ragazza e il violinista

giugno 19, 2016 6 commenti

Un piccolo tributo alla bellezza. Solo questo vuole essere.

Il video è ormai virale, riportato da milioni di condivisioni su Facebook, che ogni tanto riesce a donarci qualche piccola perla, quindi non vuol essere chissà quale novità per i miei quasi inesistenti lettori. Lo pubblico solo per non perderlo nella memoria infinita della rete, per saper semplicemente dove poterlo ritrovare quando avrò bisogno di guardarlo.

Il violinista di strada e la ragazza, che viene indicata come una turista di lingua araba, danno vita ad una goccia di bellezza ed eleganza, ad un attimo di condivisione sulla musica, splendida, di Yann Tiersen. Un’esibizione improvvisata, voluta da una voce fuori campo che invita la ragazza a vincere la propria timidezza e a ballare. Per settimane il violinista gentile si è esibito agli angoli delle strade della mia città, sempre elegante ed educato nel suo frac. Un giorno i vigili volevano allontanarlo perché suonava con l’uso di un amplificatore. I passanti si indignarono non poco. Il fatto finì sul giornale locale e la multa non gli fu mai elevata. E lui, per ringraziare, continuò a suonare ancora un po’ agli angoli delle strade. Poi sparì, così come era apparso. Slavomir, questo il suo nome, viene dalla Slovacchia.

 

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Johnny I hardly knew ye

Mag 29, 2016 1 commento

athyTutti la conosciamo, o l’abbiamo sentita almeno una volta, quella marcetta che spesso, nei film, accompagna i soldati americani di qualsiasi guerra nel loro ritorno a casa, salutati dalla folla e dalle ragazze che hanno lasciato ad aspettarli. E’ nota sotto il titolo di When Johnny comes marching home. E’ un canto allegro il cui testo e musica è stato pubblicato nel pieno della guerra di secessione americana.

Ma in realtà questa ballata ha ben altre origini. E’ arrivata negli Stati Uniti assieme agli emigranti irlandesi durante il massiccio esodo degli anni quaranta dell’Ottocento, in seguito alla terribile carestia di patate che aveva ridotto in miseria gran parte delle famiglie contadine in Irlanda. Molti di loro combatterono nelle fila dell’esercito nordista.

Eppure l’origine della ballata era ben altra. Sempre di guerra si tratta ma Johnny I hardly knew ye è una antica canzone che parla del ritorno al villaggio di Athy, contea irlandese di Kildare, di un soldato dell’esercito imperiale britannico. Ma il suo ritorno da una campagna nell’isola di Ceylon alla fine del Settecento, non è affatto festoso. A causa delle ferite e delle mutilazioni riportate la sua ragazza – come dice il titolo – lo riconosce appena.

Probabilmente è la prima canzone pacifista della storia. Vecchia di oltre duecento anni ma ancora terribilmente attuale.

Versione del gruppo folk Irish Rovers. Con il testo.

Piccoli stupiti viaggiatori soli

gennaio 15, 2016 1 commento

lonelinessvc9Questo mio sé, situato nel cuore, è più piccolo di un granello di riso, o di orzo, o di sesamo, o di miglio, del nucleo di un grano di miglio.
Questo mio sé, situato nel cuore, è più grande della terra, più grande dell’aria, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi.
Veda, Chandogya Upanisad 3.14

C’è un verso di una canzone di Ivano Fossati (Lusitania), vecchia ormai di quasi vent’anni, che mi capita spesso di canticchiare. Uno di quei versi che riconosci come verità e in un certo senso te ne appropri.

Parla di tutti noi, viaggiatori che vagano accompagnati dalla loro solitudine. Incrociamo altri per strada, condividiamo con loro tratti del nostro cammino verso una meta che non conosciamo o ci illudiamo di riconoscere. Ci sono compagni la nostra fragilità e il nostro immancabile stupore che forse è la nostra unica vera forza. Uno stupore che riesce a smuovere gli strati profondi della nostra esistenza, che li scuote, li anima e li resuscita dal loro torpore. Piccole creature vaganti in un paesaggio indifferente, in equilibrio su fili che formano una trama per noi illeggibile. Eppure in questa fragilità è racchiuso un universo. Nel sé più profondo, piccolo e delicatissimo, pulsa il cuore, la sintesi, l’impronta dell’infinito.

Siamo davvero piccoli, stupiti viaggiatori, soli.  Oppure piccole, inconsapevoli stelle.

 

Una semplice nota

ottobre 25, 2015 5 commenti

Le persone che ci hanno lasciato continuano a vivere in noi. Arricchiscono, assieme a chi rimane, l’armonia delle nostre vite, a volte anche solo con una singola nota che tuttavia da un senso compiuto alla melodia. Finché, a nostra volta,  non diventeremo una nota sulla tastiera di un altro pianoforte.

 

Kilkelly, Ireland

aprile 14, 2014 8 commenti

Come moltissimi suoi connazionali John Hunt, verso la metà degli anni cinquanta dell’Ottocento, lasciò il villaggio natale di Kilkelly, nella contea irlandese di Mayo, per cercare una vita migliore nella lontana America e non tornare mai più a casa. Più di un secolo dopo Peter Jones, un suo discendente, ritrovò per caso la corrispondenza che il suo bisnonno aveva tenuto con la sua famiglia rimasta in Irlanda, in un mondo di fame e di miseria, di sofferenze e disperazione. Ne nacque una dolcissima ballata diventata presto popolarissima. Ancora oggi nel piccolo cimitero di Kilkelly è possibile ascoltarla suonata dalla chitarra di qualche turista di passaggio.

Potrei benissimo sostituire le immagini che scorrono sotto la musica con quelle che riempiono i cassetti di casa mia. Sono le stesse espressioni, disilluse o piene di speranza che dipingono i volti di chi, per miseria o per costrizione, lascia la propria casa per cercare un futuro oltre il mare, oltre i confini della speranza. Sono i volti ingialliti degli amici e parenti di mia madre che hanno lasciato per sempre il loro piccolo villaggio sull’Appennino per non tornarvi, in molti casi, mai più.

 

Testi e musica di Peter Jones, la versione è quella cantata da Robbie O’Donnel, la traduzione è mia.

Kilkelly, Irlanda, 1860. Mio amatissimo figlio John. Il tuo amico e maestro di scuola Pat McNamara è così gentile da scrivere per me queste parole. I tuoi fratelli sono andati tutti a cercare lavoro in Inghilterra, la casa è così vuota e triste. Purtroppo i raccolti di patate sono malati, un terzo o anche metà sono da buttare. E tua sorella Bridget e Patrick O’Donnel si sposeranno in giugno. Tua madre dice di non lavorare in ferrovia e di tornare a casa presto.

Kilkelly, Irlanda, 1870. Mio amatissimo figlio John. Un saluto alla tua sposa e ai tuoi quattro figli, possano crescere forti e in salute. Michael si è messo un po’ nei guai, penso che non imparerà mai. A causa dell’umidità, di torba neanche a parlarne e non abbiamo niente da bruciare. E Bridget è contenta che hai dato il suo nome alla bambina, anche se lei ne ha già sei. Dici che hai trovato lavoro ma non dici di che tipo, né quando tornerai a casa.

Kilkelly, Irlanda, 1880. Cari Michael e John, figli miei. Mi dispiace darvi la triste notizia che la vostra vecchia cara mamma ci ha lasciati. L’abbiamo seppellita giù alla chiesa a Kilkelly, i vostri fratelli e Bridget erano presenti. Non preoccupatevi, è morta alla svelta, ricordatela nelle vostre preghiere. E’ bello sentire che Michael sta per tornare, coi soldi può certamente comprare della terra. Perché il raccolto è stato scarso e la gente vende a qualsiasi prezzo.

Kilkelly, Irlanda, 1890. Mio amatissimo figlio John. Penso di essere vicino agli ottanta, e sono passati trent’anni da quando sei partito. Grazie ai soldi che mi hai mandato vivo ancora per conto mio. Michael si è costruito una bella casa e le figlie di Bridget sono cresciute. Grazie per aver mandato la foto della tua famiglia, dei tuoi ragazzi e ragazze. Dici che potresti anche venire a trovarci. Che gioia sarebbe rivederti!

Kilkelly, Irlanda, 1892. Mio caro fratello John, mi dispiace di non averti scritto prima per dirti che il babbo se n’è andato. Viveva con Bridget, lei dice che era allegro ed è stato bene fino alla fine. Avresti dovuto vederlo giocare con i nipotini di Pat McNamara, il tuo amico. Lo abbiamo seppellito accanto alla mamma, giù al cimitero di Kilkelly. Era un vecchio forte e orgoglioso, considerando quanto la sua vita è stata dura. E’ strano come continuava a parlare di te. Ha chiesto di te alla fine. Perché non pensi di venire a trovarci. Ci piacerebbe rivederti.

Una giornata particolare

marzo 21, 2013 8 commenti
dolphy21 dicembre 1960. New York è alle porte di un inverno freddo e lungo, ornata con neve sporca ai lati delle strade e con i marciapiedi bagnati che riflettono le luci degli addobbi natalizi. E’ ormai sera e l’immancabile vapore sale dai tombini mentre la città si prepara al Natale. Immagino il giovane di colore, chiuso nel cappotto scuro, che, con le custodie dei suoi strumenti in mano, alza gli occhi verso l’insegna degli storici A & R Studios. Le ance del suo sax e del suo clarinetto sono ancora umide perchè in un’altra parte della città ha appena finito di registrare Far Cry, uno dei suoi dischi più belli, accompagnato dalla tromba di Booker Little. 

Eric Dolphy ha trentadue anni e non è il solito jazzista maledetto. E’ un uomo gentile e buono, dolce e altruista, a cui tutti, ma proprio tutti, vogliono bene. Non consuma alcol, non fa uso di droga, non ha vizi, eppure morirà a trentasei anni, su un palcoscenico berlinese, stroncato dal diabete. In sala di registrazione Ornette Coleman lo sta aspettando insieme ad una buona fetta della storia musicale di quegli anni, tutti riuniti in un inedito doppio quartetto nel quale Dolphy ha il compito di fare da contraltare al sassofonista texano in quel trionfo di improvvisazione a cui verrà dato il nome di Free Jazz e che consacrerà una nuova forma di musica contro la quale si scaglieranno i miti del jazz di allora. All’interno aspettano anche Don Cherry con la sua strana trombetta di latta che sembra un giocattolo e il giovane genio di Scott LaFaro che il destino si porterà via in un’incidente stradale di lì a poco, non prima però di esser passato alla storia prestando le note del suo contrabbasso a Bill Evans. 

Mentre New York è avvolta nel buio e nel freddo, con gli ultimi passanti impegnati nei loro acquisti natalizi, stanno per prendere forma, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, due capolavori. Ma Eric Dolphy, lasciandosi alle spalle l’inverno newyorkese, questo ancora non lo sa. 

Questa scena di Dolphy con gli strumenti in mano che si appresta ad entrare in sala registrazione me la sto ripetendo da un po’. Un percorso breve in una New York in bianco e nero, con i soliti taxi gialli che ne percorrono le grandi arterie, i bidoni di immondizia e il buio delle streets, in un tempo in cui le torri gemelle non erano ancora una tragica parentesi nel profilo della città. Quel percorso tra uno studio e l’altro, tra due album storici, me lo immagino come un film, una lenta sequenza cinematografica il cui protagonista non avrà modo di esprimere appieno il suo talento e che ci lascia il dubbio di che cosa avrebbe potuto fare se la sua vita non si fosse fermata su quel palcoscenico berlinese quattro anni più tardi. 

Non resta altro che riascoltare la sua musica e sognare una strada che non è mai stata percorsa.

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