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San Juan de Chamula

settembre 20, 2013 8 commenti

chamula2Chiapas. Messico profondo. Tra gli stati della federazione è il più povero. E questa zona indigena è la più povera tra i poveri.

San Juan de Chamula è nel cuore del Chiapas. E’ la patria dell’esercito Zapatista del subcomandante Marcos che tante speranze ha acceso tra gli indigeni negli anni novanta. Scritte e murales ancora inneggiano agli zapatisti, nascosti della giungla, anche se l’entusiasmo sembra essersi spento; tanta ideologia, pochi risultati, e la vita è sempre durissima, come sempre. Le tombe del piccolo cimitero sono colorate, le croci variopinte stanno a indicare l’età del defunto. A fianco corre la via principale bordata di povere case, spesso solo quattro pareti di mattoni grigi, e bancarelle. Tutto è molto colorato, così come i vestiti tradizionali delle donne. Le abbiamo già viste, loro, nelle vie di San Cristobal de las Casas, intente a vendere i loro lavoretti artigianali, sempre dolcissime e con un perenne sorriso sulle labbra. Il loro valore sociale è nullo, qui sono quasi schiave degli uomini dal panama bianco in testa e il giacchetto di lana lunga e bianca.

La chiesa di San Juan è bianca con il portale di ingresso decorato e dipinto di verde. Sembra una chiesa come le altre ma non lo è. Qui il tempo si è fermato e la religione dei conquistatori si è fermata sulla soglia di questo mondo, contaminandolo ma lasciandone intatte le fondamenta religiose. Un gruppetto di uomini passa lasciando una scia di fumo e di litanie, la folla si apre in segno di rispetto. Un mayordomo, col suo fazzoletto bianco in testa,  attraversa la piazza; tiene in mano un libro, seguito da uomini nel loro tradizionale completo bianco. E bene capire che qui non si fotografa. Solo i giovani accettano, in cambio di qualche pesos, di farsi riprendere. Con gli adulti è meglio evitare. un grande cartello posto all’ingresso del paese avverte che chi infrange questa regola rischia molto, non solo percosse ma anche l’arresto da parte della polizia onnipresente. Mi sembra giusto. Siamo ospiti, qui.

Varcare la soglia della chiesa significa entrare in un altro mondo. La navata è illuminata da centinaia di piccole candele poste sul pavimento ai lati della chiesa, di fronte a decine di statue. Sono le statue dei santi. Il crocifisso non c’è. Si trova in disparte, quasi inutile e dimenticato. Il santo principale, San Giovanni Battista, ha davanti a sé moltissime candele. Il pavimento profuma di fresco; è ricoperto da aghi di pino verdi che lo rendono morbido e silenzioso. E’ mercoledì. Non è un giorno propizio per pregare, i giorni migliori sembrano essere il giovedì e il venerdì, quando la chiesa è affollata. Davanti ad una statua c’è una famigliola, padre, madre e due bambini. La statua, come tutte le altre, è coperta di specchietti perché quando si prega si deve essere sinceri, guardare i propri occhi riflessi nello specchio. Il padre, con una candela spenta in mano, mormora una litania in lingua tzotzil poi passa la candela sulla testa della donna, la strofina sulla schiena, sul seno, sul ventre poi la accende e la appoggia in terra davanti alla statua. Il fumo porterà, con l’intercessione del santo, la preghiera verso la divinità di cui il santo rappresenta un collaboratore. Sì, perché questa è in fondo la funzione di queste statue. Sono solo intermediari verso una più potente e antica divinità, sono impiegati che se non fanno il proprio lavoro possono essere puniti, coperti da un panno nero e rimossi, non più nutriti dalle candele o dalle offerte; basta che un numero sufficiente di persone si rivolga al mayordomo e questi, secondo tradizione, rimuoverà la statua per un periodo stabilito. Ma il problema deve essere serio, visto che da una borsa il padre tira fuori una gallina morta, una vita sacrificata, una ulteriore offerta al santo e di conseguenza al dio che sta sopra di lui.

Lascio la famigliola alle sue preghiere o cure. In queste zone quando ci si sente male non si va dal medico, ma dal curandero-mayordomo, si portano le offerte in chiesa, si accendono candele, si prega e si beve Coca-cola, sempre presente in grande quantità. I rutti espellono il male, questo il suo scopo. I curanderos si sono addirittura organizzati in associazioni, si parla di etno-medicina ed è diffusa nelle municipalità di San Juan de Chamula, di Zinacantàn, di Oxchuc e oltre. Si chiedono guarigioni, ma anche buoni raccolti, abbondanza di mais e qualche malocchio per i nemici; le candele nere servono a quest’ultima richiesta.

Fuori si torna in un mondo più familiare. I bambini si affollano intorno a te per venderti frutta e collane. Le donne continuano a sorridere, dolcissime e pazienti.