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Il mondo in dono

marzo 21, 2014 6 commenti

File0162La memoria inganna. Ogni volta che un ricordo si affaccia alla mente non è mai identico alla volta precedente. Nel frattempo ha perso qualche pezzettino che la mente si affretta a rimpiazzare con qualcosa di logico e credibile, compiendo una specie di restauro. Per questo non è detto che il mio ricordo sia perfettamente aderente alla realtà, ma mi piace, di volta in volta, rivederlo così.

La Francia era un posto strano da affrontare a bordo di una Simca 1000 grigia. Aveva il profumo dell’avventura che coincideva perfettamente con quello dei sedili in finta pelle rossa che ne costituivano la tappezzeria ancora coperta, a tratti, da residui di cellophane. La Francia erano le guardie di frontiera a Ventimiglia, i passaporti, quei cappellini dei flic che avevo imparato a conoscere dagli sceneggiati di Maigret, quelli con Gino Cervi. Quell’anno la Francia era la Costa Azzurra e la Provenza, ma soprattutto era il mio primo passaggio della frontiera italiana. Non sapevo bene cosa voleva dire ma ne ero elettrizzato. Era anche il fascino di una lingua sconosciuta che avevo sentito parlare solo da qualche parente emigrato oltre le Alpi. Mi sembrava che possederne il segreto significasse penetrare un mondo nuovo, comprenderlo e possedere una chiave per aprire porte che nascondevano chissà quali segreti.

Per questo ricordo così bene quel pomeriggio a Saint-Raphael. Ricordo il batticuore mentre camminavo verso il poliziotto (o forse era un vigile). Aveva una divisa estiva con una camicia celestina e si trovava al bordo della strada a guardar passare le macchine sul viale fiorito, vicino ad un incrocio, nell’attesa di rendersi utile a sbrogliare un possibile, futuro ingorgo di auto. Camminavo verso di lui col cuore che mi batteva forte. Ogni tanto mi voltavo a guardare mio padre che se ne stava pochi passi dietro di me, serenamente appoggiato alla nostra Simca grigia. Mi aveva insegnato quelle poche parole che servivano a formulare la mia domanda. Non ricordo nemmeno quale fosse, in realtà. Forse una banale richiesta di indicazione stradale. Ma poco importava al bambino-che-ero, me la ripetevo, in quei pochi metri, come un mantra che non mi era concesso sbagliare, mentre lui seguiva con lo sguardo la mia piccola prova. Il poliziotto mi vide, sorrise e, come se fosse un gioco, mi salutò portandosi la mano alla visiera del suo cilindretto scuro. La voce mi uscì a stento ma pronunciai esattamente ciò che mi ero ripetuto decine di volte nel breve tragitto tra la Simca e l’uomo in divisa. Solo poche parole. Lui alzò lo sguardo verso mio padre, uno sguardo complice. Poi rispose indicandomi con la mano un punto davanti a lui.

Tornai di corsa verso mio padre. Mi fermai a metà strada e mi voltai per salutare il poliziotto che per l’emozione mi ero dimenticato di ringraziare. Il cuore pulsava ancora ma per tutt’altro motivo. Poco importava la risposta che mi era stata data. Al bambino-che-ero importava che lui mi avesse compreso, che avesse riconosciuto le mie poche parole. La sua risposta era la prova. In quel momento di fronte a me si aprì la Francia, si aprì il mondo intero. Stava lì sul palmo della mia mano come se fosse un piccolo universo racchiuso tra le pareti rotonde di una sfera di vetro.

Sugli scaffali della mia libreria ci sono molti dizionari. Sono una traccia dei miei viaggi, piccole chiavi, a volte inutili, per accedere all’angolo di mondo che sto visitando. Magari ci ho tratto solo una parola, breve, solitaria, forse solo un saluto, da pronunciare con la timidezza di chi conosce la propria imperfezione, la propria inadeguatezza, ma sempre apprezzata e in grado di strappare un sorriso, di aprire una porta, di stabilire un brevissimo, effimero contatto con chi sta di fronte. Il regalo più bello.