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Le arpe di Merlin

giugno 1, 2016 4 commenti

arpaTu giungerai alla grandezza, e può darsi che un giorno ti senta solo nella tua grandezza, senza amici in nessun luogo, ma solo fra coloro che ti rispettano, o ti temono o ti tengono in sacro terrore. Io ti compiango, ragazzo dai limpidi occhi dritti che guardano lontano, colmi di desiderio. Ti compiango e…Madre Celeste, come t’invidio.
La Santa Rossa, John Steinbeck, 1929

E’ sempre interessante rileggere a distanza di anni libri che sono stati, per noi, importanti.

Mi è successo con La Santa Rossa di John Steinbeck. Lo avevo letto tanti anni fa, da ragazzino. E’ la storia, molto romanzata, del bucaniere Henry Morgan. Inizia con il crescente desiderio di un Morgan adolescente di lasciare le valli del Galles, dove è nato, per rincorrere il richiamo dell’avventura, dell’oceano, del nuovo mondo. A nulla varrà l’opposizione della madre e la disperata tristezza del padre di fronte alla sua decisione. E’ un padre che comprende benissimo l’inquietudine del figlio perché anche lui la conosce, anche lui sognava le stesse avventure. E neanche il tentativo di farlo tornare alla ragione facendogli incontrare il vecchio veggente Merlin, che vive in una casa sui monti in compagnia delle sue arpe celtiche, riuscirà a distogliere il ragazzo dai suoi propositi. Merlin gli predirrà una vita di avventure e ricchezze, di conquista e violenza, ma anche profonda solitudine ed eterna inquietudine. Il giovane Henry lascerà la sua casa di notte, senza aver trovato il coraggio di salutare la ragazza che ama e questo diverrà il grande rimpianto della sua vita.

A quindici anni ci si riconosce nelle ragioni del protagonista, nella sua voglia di avventure, nei suoi sogni, perfino nel tormento, nella paura di esprimere i propri sentimenti all’amata Elizabeth. Trent’anni più tardi, rileggendo, si è invece più consapevoli delle angosce del padre, si comprende la sua speranza che il figlio rimanga vicino, al sicuro dai cannoni nemici e dalle malattie della giungla. Ma il padre conosce bene quel che suo figlio sta provando perché ci è già passato, perché i sogni del ragazzo sono stati i suoi sogni. Per paura lui ci ha rinunciato, il giovane Henry invece va loro incontro.

Tutti hanno fantasticato di una vita oltre l’orizzonte, tutti hanno ascoltato e trascurato i timori di chi li amava, nessuno ha dato ascolto al Merlin di turno. Così come più tardi molti si sono ritrovati a ruoli invertiti, ad indossare i panni del vecchio druido o di genitori ansiosi di fronte a desideri già conosciuti, a sogni già sognati.

Il libro è lo stesso, è il lettore che cambia. prima figlio poi padre. E la ruota continua a girare, mentre le arpe di Merlin restano inascoltate.

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Letture parallele

Mag 21, 2015 1 commento

bookssq3 I cieli non sono umani, ma c’è qualcosa forse più di questi cieli, la compassione e l’amore di cui mi sono ormai dimenticato e che ho dimenticato.
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal, 1981

Sfogliando le prime pagine l’ho visto subito.
E’ un lungo capello castano, sottile e sinuoso, tenuto casualmente dal bordo del nastro adesivo che ferma la plastica protettiva alla copertina del libro appena preso in prestito in biblioteca. Arbitrariamente decido che si tratta di un capello femminile, forse appartenente ad una lettrice che mi ha preceduto. In realtà potrebbe essere dell’impiegata al bancone ma, non so perchè, scarto questa ipotesi.

Il libro è consunto, vecchio, vissuto, sottolineato e pieno di richiami, tutto il contrario di come si dovrebbe trattare un oggetto non proprio. Questi segni a matita probabilmente sono stati tracciati da molti lettori che, nel corso degli anni, hanno avuto in mano il volume, tuttavia mi piace schiacciare i segni sullo stesso piano temporale per attribuirli alla misteriosa donna che ha lasciato cadere il suo capello tra le pagine. Come quando, guardando una costellazione, ne annulliamo la profondità e la distanza.

Inizia così una specie di doppia lettura, quella di Una solitudine troppo rumorosa e quella, parallela, della personalità dell’anonima lettrice, facendo attenzione a che cosa ha sottolineato, a che cosa, in quelle pagine, ha colpito la sua attenzione.
Frasi ad effetto, alcune poetiche altre tristissime, citazioni di Kant e il suo epitaffio, interi periodi deprimenti e cupi. Una specie di ossessione per la frase che Hrabal ripete molte volte nel libro: solo quando siamo stritolati esprimiamo il meglio di noi stessi. Ma anche, finalmente, un grande segno rotondo attorno a quelle poche parole: oggi è stata una bella giornata.

A giudicare dalle condizioni del libro si può intuire che presto verrà destinato al macero, finendo nelle mani di un collega del protagonista della storia, un operaio di Praga – addetto alla pressa che distrugge carta e libri – che cerca di salvare le opere che ama riempiendo la sua casa di volumi.

Chissà se quell’operaio sfoglierà questo libro e lo metterà da parte, salvando dalla distruzione la storia del suo collega praghese e gli appunti dell’anonima lettrice. Dopo tutto sarebbe un destino perfetto, per il triste operaio Hanta, quello di finire nelle mani di qualcuno che gli somiglia.

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