Archivio

Posts Tagged ‘jazz’

Una giornata particolare

marzo 21, 2013 8 commenti
dolphy21 dicembre 1960. New York è alle porte di un inverno freddo e lungo, ornata con neve sporca ai lati delle strade e con i marciapiedi bagnati che riflettono le luci degli addobbi natalizi. E’ ormai sera e l’immancabile vapore sale dai tombini mentre la città si prepara al Natale. Immagino il giovane di colore, chiuso nel cappotto scuro, che, con le custodie dei suoi strumenti in mano, alza gli occhi verso l’insegna degli storici A & R Studios. Le ance del suo sax e del suo clarinetto sono ancora umide perchè in un’altra parte della città ha appena finito di registrare Far Cry, uno dei suoi dischi più belli, accompagnato dalla tromba di Booker Little. 

Eric Dolphy ha trentadue anni e non è il solito jazzista maledetto. E’ un uomo gentile e buono, dolce e altruista, a cui tutti, ma proprio tutti, vogliono bene. Non consuma alcol, non fa uso di droga, non ha vizi, eppure morirà a trentasei anni, su un palcoscenico berlinese, stroncato dal diabete. In sala di registrazione Ornette Coleman lo sta aspettando insieme ad una buona fetta della storia musicale di quegli anni, tutti riuniti in un inedito doppio quartetto nel quale Dolphy ha il compito di fare da contraltare al sassofonista texano in quel trionfo di improvvisazione a cui verrà dato il nome di Free Jazz e che consacrerà una nuova forma di musica contro la quale si scaglieranno i miti del jazz di allora. All’interno aspettano anche Don Cherry con la sua strana trombetta di latta che sembra un giocattolo e il giovane genio di Scott LaFaro che il destino si porterà via in un’incidente stradale di lì a poco, non prima però di esser passato alla storia prestando le note del suo contrabbasso a Bill Evans. 

Mentre New York è avvolta nel buio e nel freddo, con gli ultimi passanti impegnati nei loro acquisti natalizi, stanno per prendere forma, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, due capolavori. Ma Eric Dolphy, lasciandosi alle spalle l’inverno newyorkese, questo ancora non lo sa. 

Questa scena di Dolphy con gli strumenti in mano che si appresta ad entrare in sala registrazione me la sto ripetendo da un po’. Un percorso breve in una New York in bianco e nero, con i soliti taxi gialli che ne percorrono le grandi arterie, i bidoni di immondizia e il buio delle streets, in un tempo in cui le torri gemelle non erano ancora una tragica parentesi nel profilo della città. Quel percorso tra uno studio e l’altro, tra due album storici, me lo immagino come un film, una lenta sequenza cinematografica il cui protagonista non avrà modo di esprimere appieno il suo talento e che ci lascia il dubbio di che cosa avrebbe potuto fare se la sua vita non si fosse fermata su quel palcoscenico berlinese quattro anni più tardi. 

Non resta altro che riascoltare la sua musica e sognare una strada che non è mai stata percorsa.

Categorie:déja vu Tag:,