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Di uomini e dei

dicembre 28, 2013 24 commenti

godDopo la puntura tutto cambia. Dal letto si distende fino alla finestra una strada fatta di luna, larga, e per quella strada sale un uomo in mantello bianco foderato di porpora e va verso la luna. Vicino a lui cammina un giovane con un chitone stracciato e il viso deturpato. Camminando fianco a fianco discorrono con calore, discutono, cercano di concludere un colloquio.
Il Maestra e Margherita, Michail Bulgakov, 1966

Mi ha sempre colpito quella scena finale del Maestro e Margherita, quando Gesù e Pilato discutono, al tramonto, sulla strada per Gerusalemme. Da pari a pari, il Dio si confronta con l’uomo. Un Dio più umano degli uomini.

Mi piace immaginarlo come un uomo qualunque, un impiegato  o un operaio che  rientri in casa alla sera,  lasciandosi alle spalle il mondo con il suo rumore per rifugiarsi nel  silenzio delle sue riflessioni. Mi piace pensarlo stanco, come ogni uomo dopo una giornata di lavoro, dopo un procedere ostinato di azioni, svolte in sequenza, meccanicamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Prigioniero di una vita che, anche lui, forse non ha scelto di vivere.

Lo immagino intento a scaldarsi un caffè, prima di coricarsi, oppure seduto sulla sua poltrona logora,    a guardarsi, riflesso in uno  specchio che accentua la sua solitudine, quella che si porta dentro da tempo immemorabile. L’immagine che vede non somiglia affatto a quello che la gente crede. Nessuna barba bianca, nessuna veste svolazzante né triangoli luminosi. Niente a che vedere con quanto Michelangelo ha dipinto. Solo un uomo come tanti, una vita dopo l’altra.

Eppure ha scolpito pietre  e edificato città, ha costruito mura per difendersi, ha conosciuto la polvere delle battaglie, vissuto la vita tranquilla di un contadino, partorito in un palazzo dorato, è morto di malaria o di fame, è stato squartato sulla sommità di una piramide azteca, ha conosciuto le paludi e la miseria, l’oro e la ricchezza, ha cucito le divise dei soldati, è stata rapita, stuprata; è stata geisha e sultana, eunuco e vizir, come il cieco Tiresia ha vissuto come uomo e come donna, come madre e padre ha visto morire i suoi figli. Vite crudeli, vite serene. Non è stato facile, non è affatto facile. Se qualche passante potesse gettare lo sguardo oltre la cornice illuminata della finestra  potrebbe  vedere un uomo qualsiasi ma resterebbe colpito dal suo sguardo. Né giovane né vecchio, semplicemente antico. Potrebbe immaginare il peso dei millenni aleggiare su quegli occhi piantati in un volto senza tempo. Uno sguardo antico come il mondo. Il  viandante vi noterebbe l’inquietudine e la tristezza di chi ricopre un ruolo da troppo tempo, di chi deve compiere un lavoro che lo sfinisce, lo consuma, senza un attimo di riposo perché oltre la finestra la vita si muove ovunque e lui conosce ogni animale, ogni insetto, ogni goccia che scorre nei ruscelli, ogni foglia caduta al suolo. Ma lui è solo di una solitudine abissale nonostante sia sempre nei pensieri di molti.

Hanno innalzato chiese e campanili, cattedrali e minareti, stupa e pagode, totem e piramidi. Tutti pregano, bestemmiano, implorano invano. Solo lui può vedere ogni lieve scintilla di vita, solo lui conosce ogni preghiera, ogni disperato grido di aiuto, di fame, di rabbia, di dolore. Lo immagino chiudere gli occhi. Il passante potrebbe giurare che quell’uomo è sopraffatto dal dolore, dall’impotenza, spossato dal peso di un destino che gli impedisce di andare a rialzare ogni caduto, a curare ogni malato, a salvare ogni bambino  perché sua è la potenza ma suo anche il limite che ne vincola la volontà. Può creare universi ma resta inchiodato ai suoi limiti. Come possono capirlo gli uomini, come potrebbero mai  immaginarlo? Ha assistito impotente ai massacri di innocenti, al crollo delle sue case,  erette da chi lo teme e lo prega. Ha visto ogni neonato apparso nel mondo e ogni vecchio che in quell’istante moriva.  Ha visto uomini consumati da droghe vecchie e nuove, mescalina o extasy, denaro o alcol poco importa, ha visto moltitudini massacrarsi, annientarsi nel suo nome. Non era questo che voleva.

Lo immagino alzarsi dalla sedia come se volesse scacciare un pensiero troppo pesante da sopportare, forse  il sospetto del suo stesso  fallimento, e varcare la soglia della porta accanto per poi chiuderla dietro di sé. E da quella stanza posso osservarlo contemplare tutti gli oceani e le montagne del mondo, dei mondi,  e i calendari dei popoli incastonarsi nei loro cicli infiniti. Muovere il tempo. E contemporaneamente è nel passato, nel presente e nel futuro, ascolta  lingue che nessuno ha ancora parlato ed è testimone di tutte le speranze e le paure degli uomini morti da millenni e quelle di coloro che tra millenni nasceranno. Ma vede soprattutto il destino che gli incatena le mani, che gli impedisce di abbracciare le creature dei suoi mondi, la condanna che schiaccia la sua coscienza. Lui, creatore e  carnefice di ogni essere vivente, così simile alle sue creature, costretto a far compiere al suo universo un altro giro. Deve sentirsi così stanco, così deluso.

Fuori, oltre la notte, gli uomini continuano a pregarlo e ogni preghiera raggiunge il suo orecchio. Anche lui, pensa, avrebbe tanto voluto un dio da pregare.

 

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ 

 

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La signora nella nebbia

dicembre 14, 2013 28 commenti

ladyNotte nebbia. Nessuno in giro. La figura bassa e tozza apre il cassonetto e rovista tra i sacchetti in cerca di qualcosa  che possa esserle utile.  Sente il rumore dei miei passi nel vicolo deserto, si ferma, si volta verso di me e dopo un attimo di esitazione alza il bavero del suo cappotto come per proteggersi dal mio sguardo. E scappa via.

Quella figura di essere umano avviluppato nella nebbia e nella disperazione si rivela essere una signora anziana, forse una vittima della crisi di cui tanto si parla e di cui si iniziano a vedere gli effetti più devastanti. Per un attimo la luce del lampione ha illuminato il suo viso avvolto in una pezzuola d’altri tempi. E’ un volto familiare, e questo fa ancora più male. L’ho incontrata molte volte in città; non conosco il suo nome, né dove abita, ma è un’abitante di questa comunità, una concittadina, una di noi, una persona che fino a poco tempo fa conduceva un’esistenza comune, come quella di tantissimi altri, ridotta adesso a frugare tra gli scarti altrui.

Porta con sé la sua storia. Nel corso della sua vita avrà provato gioia, dolore, amore, odio, compassione, indifferenza, proprio come tutti noi. Certamente porta dentro di sé il ricordo della sua infanzia, della giovinezza, dei suoi amori, delle sue delusioni. Nel suo cuore conserva – come dice il poeta – un baule pieno di sete colorate, sconosciute al mondo, che con la sua morte andranno perdute per sempre, così come i suoi ricordi. Sarebbe così bello se da qualche parte, in una immensa biblioteca nascosta, fossero conservate le tracce della vita degli uomini. Innumerevoli scaffali pieni di libri sulle cui pagine si sviluppa e prende forma la storia delle nostre vite, nell’istante stesso in cui vengono vissute, nella speranza che prima o poi qualcuno possa soffermarsi a leggerli. In questo preciso istante sul mio libro verrebbero scritte le righe che narrano l’incontro con questa donna, sul suo la disperazione di questo momento.

La signora è ormai scomparsa nella nebbia. Vorrei immaginarla sorridente, su una pista da ballo, tra le braccia di un tanguero triste, volteggiare nella serenità di un valzer lento. Senza alcuna traccia di disperazione.

 

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ 

Amigos

novembre 30, 2013 29 commenti

amigosAgua Azul, in questo periodo dell’anno, ha ben poco di azzurro. Siamo all’inizio della stagione delle piogge e le cascate sono gonfie di acqua color terra che scende violenta sulle rocce sottoponendo la pietra calcarea ad una corrosione che le rende lisce e lucide. Le bancarelle indigene vendono tutte le stesse cose: piccoli oggetti di artigianato, scialli, tessuti colorati, calendari maya tutti simili e a poco prezzo. E’ caldo e umido e i turisti sono pochi.

Anche la sala del ristorante è desolatamente vuota. Definirla sala è inappropriato, si tratta in realtà di uno spazio coperto da un rudimentale tetto di paglia, senza pareti, con un casotto in muratura che contiene la cucina; un altro – più piccolo – ospita i bagni. Qui le locande, poche, sono tutte uguali. Il menu non brilla certo per fantasia, si può scegliere tra pollo alla griglia e pesce. Sto mangiando il mio pasto quando li vedo. Sono due bambini. Il più grande ha gli occhi scuri e tratti indigeni. Probabilmente appartiene all’etnia tzotzil, prevalente in questa parte del Chiapas, ma potrebbe anche essere un tzeltal, o un chol. Difficile dirlo. I bambini non hanno elementi distintivi, a differenza degli adulti la cui appartenenza è rilevabile dai giubbotti di lana bianca o dal copricapo ornato di nastri colorati. La bambina, più piccola e con i capelli raccolti in una treccia nera che le scende lungo la schiena, regge un cesto enorme pieno di banane piccole e gialle. Si avvicinano e si fermano in piedi accanto al nostro tavolo, l’unico occupato dell’intera locanda, guardando in silenzio. Non me ne accorgo immediatamente mentre mia moglie è più perspicace di me e si accorge che il bambino guarda il piatto. Gli chiede se ne vuole un po’. Il bambino non apre bocca, rimane serio ma fa cenno di sì con la testa. Avvolto in un tovagliolino di carta gli porgiamo un grosso pezzo di pollo. Senza sorridere il bambino ringrazia e si allontana. Chiamo vicino a me la bambina e anche a lei consegno il mio pesce. Lei invece si congeda con un sorriso aperto e solare. Si siedono sul muretto al bordo della tettoia di paglia e mangiano le loro porzioni.

Quei bambini, come altri, sono lì per vendere le loro banane. Hanno fame ma non possono toccare la loro merce. Una banana, una moneta. Se mancano delle banane devono portare a casa l’equivalente in pesos. Forse i genitori fanno i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena. Forse il destino di quei bambini sarà quello di una vita di stenti, a caccia di turisti alle cascate di Agua Azul, a fare il saltimbanco o il mangiatore di fuoco nella piazza di San Cristobal oppure a cucire presine per viaggiatori in cerca di ricordi. Forse il padre si ammazza di lavoro mentre loro mangiano il pollo sul muretto della locanda, forse è addirittura diseducativo insegnar loro che l’elemosina porta in casa più soldi di quelli che i loro genitori possono procurarsi con la fatica  e la dignità di un lavoro. Forse tutto quanto noi pensiamo sia giusto è in realtà profondamente sbagliato. Forse avvolgendo il pezzo di pollo non ho fatto altro che contribuire a scavare la fossa del loro futuro. Ma come si fa a rifiutare loro un aiuto?

Così, dopo aver pagato il conto, li avviciniamo e acquistiamo le loro banane, lasciando qualche peso di mancia. Non so perché ma dallo sguardo severo del bambino mi convinco che lui capisce quel che voglio dire, che il pollo è solo un regalo, che lo rispetto per quello che fa, per quelle banane che vende e che si porta in giro in quel cesto pesante, che ci inchiniamo di fronte a quella sua dignità di bambino che come quasi tutti i suoi simili non chiede ma offre la sua merce come un adulto. Li salutiamo e andiamo verso il mercatino presso le cascate. E’ a quel punto che il bambino ci regala quello che per noi è un gioiello prezioso e inestimabile, una gemma nel fango, il ricordo di un lieve, fugace legame che continuerà ad esistere solo nel ricordo ma che in qualche modo, per qualche misterioso processo chimico del cervello o del cuore, lascerà un segno che non si cancella, una frase, una parola che rimarrà scolpita nell’anima come se fosse stata incisa sul granito più duro.

Il bambino mi prende per mano, finalmente mi sorride. “Amigo”, mi dice. Poi scappa.