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Posts Tagged ‘bambini’

Di padre in figlia

Mag 7, 2015 3 commenti

dolomitiorg0pqDovevano portarmi via di notte. Quando il buio inghiottiva le alte pareti rosa e i prati verdi punteggiati di grossi uccelli neri riposavano nell’oscurità.

Era in questo modo che terminavo, ogni anno, le mie vacanze sulle Dolomiti, con uno stratagemma, portato via nel sonno per evitare che potessi piangere lasciando quel mio personale paradiso. Ero piccolo ed erano gli anni degli attentati ai tralicci, degli schuetzen, della voglia di Austria; anni in cui i turisti di lingua italiana erano mal visti e si vedevano spesso negare una stanza in hotel o un tavolo al ristorante. Anni in cui una targa italiana poteva portare ad un bel taglio di gomme o alla carrozzeria rigata, se parcheggiata in una delle valli dell’Alto Adige.

Sembra tutto lontano anni luce, adesso, ma allora era così. Nonostante questo mio padre non perdeva occasione per portare la famigliola qualche giorno sulle Dolomiti.

Deve essere una passione che si trasmette per via ereditaria. La prima volta che ci ho portato mia figlia aveva otto anni. Le avevo raccontato con amore le Dolomiti di quando ero piccolo e lei non stava nella pelle immaginando grandi montagne e neve ovunque. Avevamo caricato la macchina di sci e scarponi e lei aveva affrontato senza mai lamentarsi quasi cinquecento chilometri di strada.

Era talmente eccitata che un’ora prima dell’arrivo, guardando nello specchietto, la vidi già avvolta nella giacca a vento e con la sciarpa al collo. Non voleva farsi cogliere impreparata.

Sarà la magia dei luoghi o forse qualcosa che scorre nel sangue e passa di generazione in generazione, ma il mattino seguente, appena prima dell’alba, la prima cosa che vidi aprendo gli occhi fu la figurina minuta di mia figlia che, svegliatasi prima di me, guardava fuori dalla finestra che dava sul balcone.

Era letteralmente rapita, con gli occhi grandi e la bocca aperta di meraviglia, come solo i bambini possono esserlo. Contro il cielo che si stava colorando di un azzurro incantato si stagliavano le pareti del Sella da un lato e i muraglioni che delimitano il Puez dall’altro. Pazientemente i raggi del sole dipingevano di rosa le cime delle pareti, dall’alto verso il basso, metro dopo metro, in uno spettacolo replicato da milioni di anni e sempre incredibilmente diverso.

Mia figlia era là in piedi, con la mano che scostava la tenda, a guardare ricambiata il cielo e le montagne striate di neve. Se quelle vette, quelle cenge, quei pinnacoli,  avessero a loro volta incrociato i suoi occhi sarebbero state orgogliose di smuovere il cuore di una bambina folgorata dallo splendore di quegli antichi fondali emersi simili a guglie di immense cattedrali.

E durante le discese l’ho vista spesso fermarsi lungo le piste e far scorrere lo sguardo su quel mondo verticale, a scovare con gli occhi i camosci in cerca di cibo e passare minuti a seguire il profilo dei monti. Tornata a casa ha ripetuto per giorni a sua madre quei nomi strani ed esotici. Il Sassongher, il Sass dla Crusc, il Boè, il Puez, il Lagazuoi, sono diventate, adesso, anche le sue montagne. Ne ripeteva il nome come per farle proprie e nel farlo gli occhi le brillavano.

Come a suo nonno. Come a suo padre.

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Il mondo in dono

marzo 21, 2014 6 commenti

File0162La memoria inganna. Ogni volta che un ricordo si affaccia alla mente non è mai identico alla volta precedente. Nel frattempo ha perso qualche pezzettino che la mente si affretta a rimpiazzare con qualcosa di logico e credibile, compiendo una specie di restauro. Per questo non è detto che il mio ricordo sia perfettamente aderente alla realtà, ma mi piace, di volta in volta, rivederlo così.

La Francia era un posto strano da affrontare a bordo di una Simca 1000 grigia. Aveva il profumo dell’avventura che coincideva perfettamente con quello dei sedili in finta pelle rossa che ne costituivano la tappezzeria ancora coperta, a tratti, da residui di cellophane. La Francia erano le guardie di frontiera a Ventimiglia, i passaporti, quei cappellini dei flic che avevo imparato a conoscere dagli sceneggiati di Maigret, quelli con Gino Cervi. Quell’anno la Francia era la Costa Azzurra e la Provenza, ma soprattutto era il mio primo passaggio della frontiera italiana. Non sapevo bene cosa voleva dire ma ne ero elettrizzato. Era anche il fascino di una lingua sconosciuta che avevo sentito parlare solo da qualche parente emigrato oltre le Alpi. Mi sembrava che possederne il segreto significasse penetrare un mondo nuovo, comprenderlo e possedere una chiave per aprire porte che nascondevano chissà quali segreti.

Per questo ricordo così bene quel pomeriggio a Saint-Raphael. Ricordo il batticuore mentre camminavo verso il poliziotto (o forse era un vigile). Aveva una divisa estiva con una camicia celestina e si trovava al bordo della strada a guardar passare le macchine sul viale fiorito, vicino ad un incrocio, nell’attesa di rendersi utile a sbrogliare un possibile, futuro ingorgo di auto. Camminavo verso di lui col cuore che mi batteva forte. Ogni tanto mi voltavo a guardare mio padre che se ne stava pochi passi dietro di me, serenamente appoggiato alla nostra Simca grigia. Mi aveva insegnato quelle poche parole che servivano a formulare la mia domanda. Non ricordo nemmeno quale fosse, in realtà. Forse una banale richiesta di indicazione stradale. Ma poco importava al bambino-che-ero, me la ripetevo, in quei pochi metri, come un mantra che non mi era concesso sbagliare, mentre lui seguiva con lo sguardo la mia piccola prova. Il poliziotto mi vide, sorrise e, come se fosse un gioco, mi salutò portandosi la mano alla visiera del suo cilindretto scuro. La voce mi uscì a stento ma pronunciai esattamente ciò che mi ero ripetuto decine di volte nel breve tragitto tra la Simca e l’uomo in divisa. Solo poche parole. Lui alzò lo sguardo verso mio padre, uno sguardo complice. Poi rispose indicandomi con la mano un punto davanti a lui.

Tornai di corsa verso mio padre. Mi fermai a metà strada e mi voltai per salutare il poliziotto che per l’emozione mi ero dimenticato di ringraziare. Il cuore pulsava ancora ma per tutt’altro motivo. Poco importava la risposta che mi era stata data. Al bambino-che-ero importava che lui mi avesse compreso, che avesse riconosciuto le mie poche parole. La sua risposta era la prova. In quel momento di fronte a me si aprì la Francia, si aprì il mondo intero. Stava lì sul palmo della mia mano come se fosse un piccolo universo racchiuso tra le pareti rotonde di una sfera di vetro.

Sugli scaffali della mia libreria ci sono molti dizionari. Sono una traccia dei miei viaggi, piccole chiavi, a volte inutili, per accedere all’angolo di mondo che sto visitando. Magari ci ho tratto solo una parola, breve, solitaria, forse solo un saluto, da pronunciare con la timidezza di chi conosce la propria imperfezione, la propria inadeguatezza, ma sempre apprezzata e in grado di strappare un sorriso, di aprire una porta, di stabilire un brevissimo, effimero contatto con chi sta di fronte. Il regalo più bello.

Amigos

novembre 30, 2013 29 commenti

amigosAgua Azul, in questo periodo dell’anno, ha ben poco di azzurro. Siamo all’inizio della stagione delle piogge e le cascate sono gonfie di acqua color terra che scende violenta sulle rocce sottoponendo la pietra calcarea ad una corrosione che le rende lisce e lucide. Le bancarelle indigene vendono tutte le stesse cose: piccoli oggetti di artigianato, scialli, tessuti colorati, calendari maya tutti simili e a poco prezzo. E’ caldo e umido e i turisti sono pochi.

Anche la sala del ristorante è desolatamente vuota. Definirla sala è inappropriato, si tratta in realtà di uno spazio coperto da un rudimentale tetto di paglia, senza pareti, con un casotto in muratura che contiene la cucina; un altro – più piccolo – ospita i bagni. Qui le locande, poche, sono tutte uguali. Il menu non brilla certo per fantasia, si può scegliere tra pollo alla griglia e pesce. Sto mangiando il mio pasto quando li vedo. Sono due bambini. Il più grande ha gli occhi scuri e tratti indigeni. Probabilmente appartiene all’etnia tzotzil, prevalente in questa parte del Chiapas, ma potrebbe anche essere un tzeltal, o un chol. Difficile dirlo. I bambini non hanno elementi distintivi, a differenza degli adulti la cui appartenenza è rilevabile dai giubbotti di lana bianca o dal copricapo ornato di nastri colorati. La bambina, più piccola e con i capelli raccolti in una treccia nera che le scende lungo la schiena, regge un cesto enorme pieno di banane piccole e gialle. Si avvicinano e si fermano in piedi accanto al nostro tavolo, l’unico occupato dell’intera locanda, guardando in silenzio. Non me ne accorgo immediatamente mentre mia moglie è più perspicace di me e si accorge che il bambino guarda il piatto. Gli chiede se ne vuole un po’. Il bambino non apre bocca, rimane serio ma fa cenno di sì con la testa. Avvolto in un tovagliolino di carta gli porgiamo un grosso pezzo di pollo. Senza sorridere il bambino ringrazia e si allontana. Chiamo vicino a me la bambina e anche a lei consegno il mio pesce. Lei invece si congeda con un sorriso aperto e solare. Si siedono sul muretto al bordo della tettoia di paglia e mangiano le loro porzioni.

Quei bambini, come altri, sono lì per vendere le loro banane. Hanno fame ma non possono toccare la loro merce. Una banana, una moneta. Se mancano delle banane devono portare a casa l’equivalente in pesos. Forse i genitori fanno i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena. Forse il destino di quei bambini sarà quello di una vita di stenti, a caccia di turisti alle cascate di Agua Azul, a fare il saltimbanco o il mangiatore di fuoco nella piazza di San Cristobal oppure a cucire presine per viaggiatori in cerca di ricordi. Forse il padre si ammazza di lavoro mentre loro mangiano il pollo sul muretto della locanda, forse è addirittura diseducativo insegnar loro che l’elemosina porta in casa più soldi di quelli che i loro genitori possono procurarsi con la fatica  e la dignità di un lavoro. Forse tutto quanto noi pensiamo sia giusto è in realtà profondamente sbagliato. Forse avvolgendo il pezzo di pollo non ho fatto altro che contribuire a scavare la fossa del loro futuro. Ma come si fa a rifiutare loro un aiuto?

Così, dopo aver pagato il conto, li avviciniamo e acquistiamo le loro banane, lasciando qualche peso di mancia. Non so perché ma dallo sguardo severo del bambino mi convinco che lui capisce quel che voglio dire, che il pollo è solo un regalo, che lo rispetto per quello che fa, per quelle banane che vende e che si porta in giro in quel cesto pesante, che ci inchiniamo di fronte a quella sua dignità di bambino che come quasi tutti i suoi simili non chiede ma offre la sua merce come un adulto. Li salutiamo e andiamo verso il mercatino presso le cascate. E’ a quel punto che il bambino ci regala quello che per noi è un gioiello prezioso e inestimabile, una gemma nel fango, il ricordo di un lieve, fugace legame che continuerà ad esistere solo nel ricordo ma che in qualche modo, per qualche misterioso processo chimico del cervello o del cuore, lascerà un segno che non si cancella, una frase, una parola che rimarrà scolpita nell’anima come se fosse stata incisa sul granito più duro.

Il bambino mi prende per mano, finalmente mi sorride. “Amigo”, mi dice. Poi scappa.

Le stelle lente

novembre 12, 2012 11 commenti
La primavera ci regalava il possesso della notte e, nei capelli, l’aria fresca di maggio che spargeva le lacrime sulle guance, mentre pedalavamo nell’oscurità dietro ai coni di luce delle nostre biciclette. Al termine di un inverno di attesa arrivava il permesso di uscire dopo Carosello e le nostre dinamo tornavano in vita nei sabato sera. Le serate erano lunghe e luminose e la notte un territorio eccitante e sconosciuto che aspettava solo di essere esplorato.

Il campo del Carmine era un grande prato incolto incastrato fra una schiera di case basse e la vecchia chiesa sconsacrata posta proprio ai margini del centro storico. In realtà quel campo non aveva un nome ma noi bambini lo avevamo battezzato così. Era recintato da una vecchia rete metallica arrugginita e, come tutte le cose proibite, aveva un fascino irresistibile.

Parcheggiate le biciclette dietro l’angolo, strisciavamo con cautela sotto la rete in un punto in cui questa era parzialmente rialzata. Ci sembrava di entrare nel nostro regno segreto, in un mare scuro di erba alta su cui volteggiavano a centinaia le piccole lanterne delle lucciole. Ne raccoglievamo a decine nei nostri barattoli di vetro e correvamo a rifugiarci sotto i rami del grande bosso che cresceva in un angolo. La pianta ci permetteva di oltrepassare i suoi rami più esterni e di rifugiarci presso il suo tronco, come in una caverna di legno e foglie che la luce delle lucciole intrappolate illuminava appena. Più tardi, a casa e custoditi sotto un bicchiere, gli insetti, in seguito ad un misterioso fenomeno, producevano monetine guadagnandosi così la libertà.

Il campo del Carmine c’è ancora. A fianco della chiesa hanno costruito delle palazzine che ospitano uffici e il prato incolto è diventato un giardino. Ci sono passato mesi fa, in bicicletta, non certo per caso, ma per soddisfare, come spesso avviene negli ultimi tempi e in certe fasi della vita, il bisogno di ritrovare le proprie tracce e far riaffiorare ricordi nascosti. La vecchia rete non c’è più e il giardino è protetto da una bella cancellata. Nonostante fosse notte inoltrata il cancello era aperto ed io non ho saputo resistere.
Varcare quella soglia è stato come ritornare indietro nel tempo: la stessa oscurità, lo stesso profumo di notte e di erba. Erba tagliata, rasata con cura. Eppure mi sembrava di sentire ancora il solletico degli steli sulle gambe nude, la punta dell’erba che si piegava docile sotto i palmi delle mani aperte verso il basso ad accarezzarla. E, non ci crederete, di nuovo il prato era inondato di lucciole.

Il vecchio bosso era ancora là e io sono passato a salutarlo come si fa con un vecchio amico. La fessura tra i rami c’è ancora e io ci sono entrato a fatica. Il tronco adesso è più grosso ma la sensazione è stata la stessa di un tempo. Mi piace pensare che il bosso, più vecchio e più saggio, abbia riconosciuto il tocco della mia mano sul suo legno antico. Ho di nuovo attraversato il prato trapunto di lucciole, sembrava la notte stellata di Van Gogh, e sono tornato alla bicicletta, stupito di non averla trovata rossa fiammante, coperta di adesivi colorati e con i pendagli variopinti ai lati del manubrio.

In quel momento gli anni di cui mi ero liberato in quei pochi minuti mi sono precipitati addosso tutti insieme, come un cappotto troppo pesante da indossare. Ero di nuovo qui, in questo spazio e in questo tempo. Mi sono lasciato dietro le stelle del cielo e quelle che ondeggiavano lente sul prato.<!–

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