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A volte ritornano

aprile 11, 2012 7 commenti

Ultimo giorno di lavoro. E proprio oggi è tornata.

Sto parlando della ragazza con l’anello, quella per la quale avrei davvero voluto fare qualcosa, qualunque piccola cosa. E’ di nuovo qui davanti a me, in cerca un posto per un esame urgente. La situazione non è buona e lei è preoccupata. Porta ancora il suo inconfondibile anello.

Il problema è che il posto non c’è proprio ma come faccio a dirglielo? La inserisco oltre l’orario, il tecnico radiologo mi perdonerà. Lui capisce. Mezz’ora in più. Gli offrirò il pranzo e lui capirà. Proprio in quest’ultimo giorno, questo giorno in cui lascerò questo strano posto che a volte riesce schiudere davanti a te paesaggi emotivi inaspettati e vibranti, che offre delusioni e drammi quasi mai compensati da orizzonti di umanità sconvolgente, ho colmato questo vuoto che mi portavo dietro da settimane. Mi si apre il cuore.

Se ne va un po’ sollevata. Lei non lo sa, ma è come se finalmente l’avessi abbracciata.

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La ragazza con l’anello

gennaio 22, 2012 11 commenti

Non posso dimenticare i loro volti. Sembrano volteggiare davanti ai miei occhi sulle note di un valzer triste di Yann Tiersen. Non ricordo quasi mai i loro nomi, ma i loro occhi sì. Hanno gli sguardi preoccupati mentre firmano il consenso all’esame per poi sparire nella sala della TAC. Solo una mi rimane in mente, oggi. Forse per quello strano anello che indossa e che noto al momento della firma. E’ una ragazza dal viso simpatico, è sorridente. Firma, ringrazia, saluta e se ne va.

A fine giornata il medico arriva con il suo pacco di referti. Su alcuni di essi appare una piccola sigla, quasi invisibile, come se fosse un segno accidentale. Pessimo segno. Mi guarda in silenzio e mi lancia la solita occhiata prima di scorrere il monitor in cerca dei numeri di telefono dei medici curanti dei pazienti di cui ha siglato la cartellina. Riconosco, su una di esse, il nome della ragazza sorridente. Ci guardiamo per un attimo in silenzio. Non c’è bisogno di dire niente.

Sono passati due giorni. Rivedo il valzer dei volti. Tornano a prendere i risultati dei loro esami, E’ quasi l’ora di chiusura quando arriva lei. Indossa occhiali che le rendono il viso più carino. E l’anello. Le consegno la busta sigillata contenente il suo referto mentre lo sguardo mi cade sulla minuscola sigla e la cosa mi riempie di tristezza. Saluta e se ne va, ma sulla soglia fa quello che speravo non avrebbe mai fatto: si volta e torna indietro. E’ preoccupata, mi dice, e preferisce leggere il referto immediatamente, lì, davanti a me.

Non farlo! Ti prego, non ora… non qui! L’urlo mi rimane dentro, rimbalza, inutile, tra il cuore e la mente. Non ce la faccio a guardarla negli occhi. Spero che suoni il telefono, che arrivi qualcuno, qualunque cosa pur di non guardarla negli occhi. Mentre il suo sorriso si spegne vorrei abbracciarla. Non porta la fede e mi chiedo se stasera qualcuno, a casa, potrà consolarla, se l’avvolgerà in un abbraccio per non farla sentire sola, fragile, esposta. Mi chiedo se riconosce un Dio contro il quale imprecare. Anni di ambulanza non mi hanno ancora abituato all’incontro con la paura, con la sofferenza, con un futuro negato, incerto, compromesso. Impallidisce. Si porta le mani alle guance, sotto i suoi occhi mi sembra di veder brillare una lacrima. Mi saluta con un mezzo sorriso lasciandomi lì, inutile, mentre sparisce nel buio.

Porta con se il mio abbraccio non dato.