Le gru ritornano al nido

novembre 2, 2015 1 commento

gobansm8L’onda d’urto dell’esplosione mandò i vetri in frantumi, fece volare le pareti di carta e di legno. A cinque chilometri di distanza la città di Hiroshima non esisteva più. Era il 6 agosto 1945. Hashimoto Utaro (1907 – 1994) e Iwamoto Kaoru (1902 – 1999), maestri di Go, pensando ad un normale bombardamento si tolsero la polvere di dosso, risistemarono le pietre bianche e nere sul tavolo da gioco e continuarono la loro partita, iniziata due giorni prima in quella casa alla periferia di Hiroshima.

Quella partita è conosciuta in Giappone come la Partita della bomba. Pensando ad un bombardamento più intenso del solito i due giocatori riposizionarono le pietre e continuarono la loro partita. Solo il giorno dopo ebbero notizia di ciò che era successo a pochi chilometri da loro. La disposizione delle pietre sul goban al momento dell’esplosione fu riprodotta in una fotografia che venne esposta, insieme ad altri oggetti, al Imperial War Museum di Londra nel 2005.

Nonostante la semplicità delle regole il Go è un gioco tutt’altro che facile o banale nel quale la fortuna non ha alcun peso. La terminologia è tutta giapponese, anche se il gioco ha antichissime origini cinesi ed è praticato anche in molte parti dell’Asia, e le fasi hanno spesso nomi poetici, come l’ultima, quella finale in cui si chiude la partita, che ha il languido nome di Le gru tornano al nido.

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Una semplice nota

ottobre 25, 2015 5 commenti

Le persone che ci hanno lasciato continuano a vivere in noi. Arricchiscono, assieme a chi rimane, l’armonia delle nostre vite, a volte anche solo con una singola nota che tuttavia da un senso compiuto alla melodia. Finché, a nostra volta,  non diventeremo una nota sulla tastiera di un altro pianoforte.

 

La quarta Moira

ottobre 16, 2015 4 commenti

moireai8A volte il problema non è partire, andarsene, ma lasciare in ordine la stanza in cui abbiamo vissuto. Un ultimo sguardo, prima di spegnere la luce,  per controllare se abbiamo dimenticato qualche oggetto fuori posto, per cercare qualcosa di incompiuto. Di solito troviamo sempre un motivo per soffermarci ancora un attimo.

Ecco che allora ci vorrebbe una quarta Moira, un’ulteriore vecchietta che non fosse indifferente come le altre tre alle sorti degli uomini. Dovrebbe strappare dalle mani di Atropo annoiata il filo della vita, toglierlo dalle lame delle sue forbici e permettere di sospendere per un attimo la sentenza. Per cosa, poi? Non certo per cambiare il destino, per imboccare un bivio che possa allontanare dalla meta. No. Semplicemente per finire quel che è rimasto in sospeso, sorrisi non regalati, parole non dette, gesti non compiuti. Basterebbe poco in fondo.

Per riavvolgere un po’ quel filo, senza pretese di salvare il mondo o di cambiarlo, ma solo per tornare indietro e sciogliere un privatissimo rimpianto. Magari per pronunciare quelle parole che qualcuno avrebbe voluto tanto sentire, per posare la tua maledettissima mano sulla spalla che la stava aspettando, colmando così il vuoto che l’assenza di quel gesto ha scavato nel tuo cuore per così tanto tempo.

Ci vorrebbe davvero questa quarta Moira pietosa che, come il compagno di viaggio di Giovanni in quel racconto di Buzzati, attendesse fuori, al freddo, il nostro piccolo addio; così misericordiosa da aspettare parecchi minuti fuori del cancello, in piedi, lui, signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.

Oltre il confine degli occhi

ottobre 7, 2015 5 commenti

old-man-eyePer questo i morti scompaiono molto lentamente, e spesso la sera continuano a passeggiare per le vie e le case, anche se non hanno più voglia di lavorare né di fare conversazione. Al massimo portano in braccio i bambini che nasceranno, i più curiosi, che talvolta si sporgono a vedere cosa sarà di loro.
I fannulloni, Marco Lodoli, 1990

Il corpo disteso sulla lettiga dell’ambulanza è magro come un alberello in inverno. La vita si sta ritirando nel profondo, come la linfa abbandona i rami secchi lasciandosi dietro solo le macerie di un corpo alla fine dei suoi giorni. Sussulta solo grazie agli scossoni del mezzo, i pugni stretti, le braccia riunite sul petto, fin sotto la gola. Gli parlo, lo tocco, ma non ottengo alcuna risposta. Uno schermo invisibile è sceso da tempo tra lui e la realtà.

L’unica parte viva sono gli occhi. Immobili, tranquilli, sembrano fissare il soffitto dell’ambulanza ma lo sguardo va ben oltre, varca i confini di un mondo al quale noi non abbiamo accesso. Non ancora. E’ lo sguardo mite, forse rassegnato, di chi sta attraversando la parete tra la vita e la morte e intravede, al di là di essa, un mondo altro. Da ciò che sta lasciando sembra aver preso le distanze, ormai, senza giudizi, senza dolore. Tra poco prenderà in braccio un bambino non ancora nato e gli darà le prime istruzioni sul mondo, come immagina Marco Lodoli nel suo bellisimo I Fannulloni sia il compito dei vecchi appena lasciato questo mondo.

Nasce sempre, ossessiva, la stessa domanda. Cosa si nasconde dietro quegli occhi? Quali ricordi di gioie, dolori, di amici, figli, amanti? Quanto male o quanto bene hanno visto quegli occhi e di quali speranze e delusioni sono stati testimoni; quali panorami andranno perduti per sempre quando si chiuderanno definitivamente?Continuo a sognare che in qualche recesso del tempo un amanuense paziente scriva all’infinito la storia degli uomini, di ogni singolo, irripetibile uomo. Affinché nulla vada davvero perduto.

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Letture parallele

maggio 21, 2015 1 commento

bookssq3 I cieli non sono umani, ma c’è qualcosa forse più di questi cieli, la compassione e l’amore di cui mi sono ormai dimenticato e che ho dimenticato.
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal, 1981

Sfogliando le prime pagine l’ho visto subito.
E’ un lungo capello castano, sottile e sinuoso, tenuto casualmente dal bordo del nastro adesivo che ferma la plastica protettiva alla copertina del libro appena preso in prestito in biblioteca. Arbitrariamente decido che si tratta di un capello femminile, forse appartenente ad una lettrice che mi ha preceduto. In realtà potrebbe essere dell’impiegata al bancone ma, non so perchè, scarto questa ipotesi.

Il libro è consunto, vecchio, vissuto, sottolineato e pieno di richiami, tutto il contrario di come si dovrebbe trattare un oggetto non proprio. Questi segni a matita probabilmente sono stati tracciati da molti lettori che, nel corso degli anni, hanno avuto in mano il volume, tuttavia mi piace schiacciare i segni sullo stesso piano temporale per attribuirli alla misteriosa donna che ha lasciato cadere il suo capello tra le pagine. Come quando, guardando una costellazione, ne annulliamo la profondità e la distanza.

Inizia così una specie di doppia lettura, quella di Una solitudine troppo rumorosa e quella, parallela, della personalità dell’anonima lettrice, facendo attenzione a che cosa ha sottolineato, a che cosa, in quelle pagine, ha colpito la sua attenzione.
Frasi ad effetto, alcune poetiche altre tristissime, citazioni di Kant e il suo epitaffio, interi periodi deprimenti e cupi. Una specie di ossessione per la frase che Hrabal ripete molte volte nel libro: solo quando siamo stritolati esprimiamo il meglio di noi stessi. Ma anche, finalmente, un grande segno rotondo attorno a quelle poche parole: oggi è stata una bella giornata.

A giudicare dalle condizioni del libro si può intuire che presto verrà destinato al macero, finendo nelle mani di un collega del protagonista della storia, un operaio di Praga – addetto alla pressa che distrugge carta e libri – che cerca di salvare le opere che ama riempiendo la sua casa di volumi.

Chissà se quell’operaio sfoglierà questo libro e lo metterà da parte, salvando dalla distruzione la storia del suo collega praghese e gli appunti dell’anonima lettrice. Dopo tutto sarebbe un destino perfetto, per il triste operaio Hanta, quello di finire nelle mani di qualcuno che gli somiglia.

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Il periplo

maggio 14, 2015 1 commento

barcaiw2Succede raramente perché, confesso, lo trovo un’esercizio difficile; utile, certo, spesso necessario, ma sempre doloroso.

Si tratta di mettere in acqua la barchetta della propria coscienza e farla viaggiare intorno al proprio cuore, circumnavigare la propria isola, compiere un periplo di questo nostro mare per andare ad esplorare il lato oscuro dell’anima, quello dove sono raccolti i pensieri che non vorremmo pensare, i desideri che non vorremmo avere, l’altra faccia, quella inconfessabile, della luna.

E’ un po’ come guardarsi in uno specchio con la luce di lato, radente, che evidenzia le rughe, le imperfezioni della pelle; un’immagine che non ci piace, che tendiamo a relegare nell’ombra di un angolino tranquillo dove non possa disturbare e far troppo male.

La parte rinnegata di noi stessi, quella che si risveglia sollecitata dalla rabbia, dalla frustrazione, dal dolore, è chiusa in un ripostiglio come un oggetto non voluto del quale però non possiamo liberarci. E allora credo sia utile, con calma e freddezza, aprire la porta dello sgabuzzino per andare a vederla da vicino, per rendersi conto che anche quella cosa inguardabile è parte di noi.

E, seppur avvolta dalla notte, potremmo accorgersi che quell’anima è piena di stelle.

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Di padre in figlia

maggio 7, 2015 3 commenti

dolomitiorg0pqDovevano portarmi via di notte. Quando il buio inghiottiva le alte pareti rosa e i prati verdi punteggiati di grossi uccelli neri riposavano nell’oscurità.

Era in questo modo che terminavo, ogni anno, le mie vacanze sulle Dolomiti, con uno stratagemma, portato via nel sonno per evitare che potessi piangere lasciando quel mio personale paradiso. Ero piccolo ed erano gli anni degli attentati ai tralicci, degli schuetzen, della voglia di Austria; anni in cui i turisti di lingua italiana erano mal visti e si vedevano spesso negare una stanza in hotel o un tavolo al ristorante. Anni in cui una targa italiana poteva portare ad un bel taglio di gomme o alla carrozzeria rigata, se parcheggiata in una delle valli dell’Alto Adige.

Sembra tutto lontano anni luce, adesso, ma allora era così. Nonostante questo mio padre non perdeva occasione per portare la famigliola qualche giorno sulle Dolomiti.

Deve essere una passione che si trasmette per via ereditaria. La prima volta che ci ho portato mia figlia aveva otto anni. Le avevo raccontato con amore le Dolomiti di quando ero piccolo e lei non stava nella pelle immaginando grandi montagne e neve ovunque. Avevamo caricato la macchina di sci e scarponi e lei aveva affrontato senza mai lamentarsi quasi cinquecento chilometri di strada.

Era talmente eccitata che un’ora prima dell’arrivo, guardando nello specchietto, la vidi già avvolta nella giacca a vento e con la sciarpa al collo. Non voleva farsi cogliere impreparata.

Sarà la magia dei luoghi o forse qualcosa che scorre nel sangue e passa di generazione in generazione, ma il mattino seguente, appena prima dell’alba, la prima cosa che vidi aprendo gli occhi fu la figurina minuta di mia figlia che, svegliatasi prima di me, guardava fuori dalla finestra che dava sul balcone.

Era letteralmente rapita, con gli occhi grandi e la bocca aperta di meraviglia, come solo i bambini possono esserlo. Contro il cielo che si stava colorando di un azzurro incantato si stagliavano le pareti del Sella da un lato e i muraglioni che delimitano il Puez dall’altro. Pazientemente i raggi del sole dipingevano di rosa le cime delle pareti, dall’alto verso il basso, metro dopo metro, in uno spettacolo replicato da milioni di anni e sempre incredibilmente diverso.

Mia figlia era là in piedi, con la mano che scostava la tenda, a guardare ricambiata il cielo e le montagne striate di neve. Se quelle vette, quelle cenge, quei pinnacoli,  avessero a loro volta incrociato i suoi occhi sarebbero state orgogliose di smuovere il cuore di una bambina folgorata dallo splendore di quegli antichi fondali emersi simili a guglie di immense cattedrali.

E durante le discese l’ho vista spesso fermarsi lungo le piste e far scorrere lo sguardo su quel mondo verticale, a scovare con gli occhi i camosci in cerca di cibo e passare minuti a seguire il profilo dei monti. Tornata a casa ha ripetuto per giorni a sua madre quei nomi strani ed esotici. Il Sassongher, il Sass dla Crusc, il Boè, il Puez, il Lagazuoi, sono diventate, adesso, anche le sue montagne. Ne ripeteva il nome come per farle proprie e nel farlo gli occhi le brillavano.

Come a suo nonno. Come a suo padre.

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Classici di Natale

dicembre 18, 2014 2 commenti

carolCi sono riti che si ripetono anno dopo anno. E non solo religiosi, o almeno non necessariamente tali. Sono ormai anni che non riesco a sottrarmi, in questo periodo dell’anno ad uno di questi. Si tratta della rilettura, l’ennesima, del Canto di Natale di Dickens. Nonostante conosca ormai a memoria questo libriccino che illustra la celebre conversione laica del vecchio taccagno Scrooge alla generosità, la sua lettura riesce sempre a smuovere qualcosa. Non a caso i classici, per essere tali, devono resistere al tempo. Anche se di poche pagine.

Buone Feste a tutti quanti.

 

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Luci della sera

agosto 28, 2014 5 commenti

sunset9ln

Tu sais… quand on est tellement triste on aime les couchers du soleil.
Antoine de Saint-Exupery, Il piccolo principe

Il ricordo più remoto che conservo della mia infanzia è probabilmente quello del contatto col corpo magro di mia nonna che mi teneva in braccio. Mi portava, verso sera, ad una curva della strada, appena fuori dal paese, dalla quale si dominava la vallata stretta e profonda; mi conduceva al limite del sentiero dal quale, ogni sera, sbucava mio nonno al ritorno dalla lunga giornata di lavoro nei campi terrazzati sul fianco della montagna.

A volte le attese erano lunghe e allora mia nonna mi raccontava il tramonto.

Forse anch’io – come le oche di Konrad Lorenz – ho ricevuto una sorta di imprinting seguendo il lento affondare del sole dietro i fianchi delle montagne che, lontanissime, chiudevano la valle, mentre mia nonna mi sussurrava che il sole andava a tuffarsi in un mare troppo lontano per essere visto da lì. Forse è da quelle sere passate con lei che è nato il fascino per quello spettacolo di luce mutevole che infiamma il cielo al crepuscolo.

Anni più tardi, ancora bambino, avrei costretto mio padre a lunghe attese davanti alle pareti del Rosengarten (non ce la faccio a chiamarlo Catinaccio, è più forte di me) avvampate dall’enrosadira dolomitica, per assistere alla fioritura delle rose traditrici maledette da Re Laurino. E da adulto sarei stato sveglio nelle notti estive finlandesi ad ammirare dal balcone tramonti rossi e lunghissimi che confinavano con albe infinite. E a volte mi sarei fermato, come faccio tuttora, lungo la strada, da solo, ad aspettare il ricongiungersi del sole con la notte.

Forse è per questo che mi commuove il pensiero dei quarantatré tramonti del Piccolo Principe e certe descrizioni del cielo che non riesco ad evitare di sottolineare quando le incontro sui libri. Ma a differenza del piccolo principe i tramonti non mi rattristano. Mai. Mi riportano all’infanzia, alla meraviglia di quei primi passi in un mondo nuovo.

Se mia nonna sapesse che il ricordo che ho di lei è ormai vago e lontanissimo certamente ne sarebbe rattristata. Ma sarebbe la tristezza di un attimo. Poi sorriderebbe, consapevole di avermi regalato un miracolo che si ripete ogni sera.

Estate

agosto 16, 2014 5 commenti

despFinirà mai questa maledetta estate che si è portata via per sempre amici e conoscenti, e che altri ancora ha colpito con la sua messe di malattie e diagnosi infauste?

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