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Archive for the ‘going places’ Category

Johnny I hardly knew ye

Mag 29, 2016 1 commento

athyTutti la conosciamo, o l’abbiamo sentita almeno una volta, quella marcetta che spesso, nei film, accompagna i soldati americani di qualsiasi guerra nel loro ritorno a casa, salutati dalla folla e dalle ragazze che hanno lasciato ad aspettarli. E’ nota sotto il titolo di When Johnny comes marching home. E’ un canto allegro il cui testo e musica è stato pubblicato nel pieno della guerra di secessione americana.

Ma in realtà questa ballata ha ben altre origini. E’ arrivata negli Stati Uniti assieme agli emigranti irlandesi durante il massiccio esodo degli anni quaranta dell’Ottocento, in seguito alla terribile carestia di patate che aveva ridotto in miseria gran parte delle famiglie contadine in Irlanda. Molti di loro combatterono nelle fila dell’esercito nordista.

Eppure l’origine della ballata era ben altra. Sempre di guerra si tratta ma Johnny I hardly knew ye è una antica canzone che parla del ritorno al villaggio di Athy, contea irlandese di Kildare, di un soldato dell’esercito imperiale britannico. Ma il suo ritorno da una campagna nell’isola di Ceylon alla fine del Settecento, non è affatto festoso. A causa delle ferite e delle mutilazioni riportate la sua ragazza – come dice il titolo – lo riconosce appena.

Probabilmente è la prima canzone pacifista della storia. Vecchia di oltre duecento anni ma ancora terribilmente attuale.

Versione del gruppo folk Irish Rovers. Con il testo.

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Le gru ritornano al nido

novembre 2, 2015 1 commento

gobansm8L’onda d’urto dell’esplosione mandò i vetri in frantumi, fece volare le pareti di carta e di legno. A cinque chilometri di distanza la città di Hiroshima non esisteva più. Era il 6 agosto 1945. Hashimoto Utaro (1907 – 1994) e Iwamoto Kaoru (1902 – 1999), maestri di Go, pensando ad un normale bombardamento si tolsero la polvere di dosso, risistemarono le pietre bianche e nere sul tavolo da gioco e continuarono la loro partita, iniziata due giorni prima in quella casa alla periferia di Hiroshima.

Quella partita è conosciuta in Giappone come la Partita della bomba. Pensando ad un bombardamento più intenso del solito i due giocatori riposizionarono le pietre e continuarono la loro partita. Solo il giorno dopo ebbero notizia di ciò che era successo a pochi chilometri da loro. La disposizione delle pietre sul goban al momento dell’esplosione fu riprodotta in una fotografia che venne esposta, insieme ad altri oggetti, al Imperial War Museum di Londra nel 2005.

Nonostante la semplicità delle regole il Go è un gioco tutt’altro che facile o banale nel quale la fortuna non ha alcun peso. La terminologia è tutta giapponese, anche se il gioco ha antichissime origini cinesi ed è praticato anche in molte parti dell’Asia, e le fasi hanno spesso nomi poetici, come l’ultima, quella finale in cui si chiude la partita, che ha il languido nome di Le gru tornano al nido.

Categorie:déja vu, going places Tag:,

Kilkelly, Ireland

aprile 14, 2014 8 commenti

Come moltissimi suoi connazionali John Hunt, verso la metà degli anni cinquanta dell’Ottocento, lasciò il villaggio natale di Kilkelly, nella contea irlandese di Mayo, per cercare una vita migliore nella lontana America e non tornare mai più a casa. Più di un secolo dopo Peter Jones, un suo discendente, ritrovò per caso la corrispondenza che il suo bisnonno aveva tenuto con la sua famiglia rimasta in Irlanda, in un mondo di fame e di miseria, di sofferenze e disperazione. Ne nacque una dolcissima ballata diventata presto popolarissima. Ancora oggi nel piccolo cimitero di Kilkelly è possibile ascoltarla suonata dalla chitarra di qualche turista di passaggio.

Potrei benissimo sostituire le immagini che scorrono sotto la musica con quelle che riempiono i cassetti di casa mia. Sono le stesse espressioni, disilluse o piene di speranza che dipingono i volti di chi, per miseria o per costrizione, lascia la propria casa per cercare un futuro oltre il mare, oltre i confini della speranza. Sono i volti ingialliti degli amici e parenti di mia madre che hanno lasciato per sempre il loro piccolo villaggio sull’Appennino per non tornarvi, in molti casi, mai più.

 

Testi e musica di Peter Jones, la versione è quella cantata da Robbie O’Donnel, la traduzione è mia.

Kilkelly, Irlanda, 1860. Mio amatissimo figlio John. Il tuo amico e maestro di scuola Pat McNamara è così gentile da scrivere per me queste parole. I tuoi fratelli sono andati tutti a cercare lavoro in Inghilterra, la casa è così vuota e triste. Purtroppo i raccolti di patate sono malati, un terzo o anche metà sono da buttare. E tua sorella Bridget e Patrick O’Donnel si sposeranno in giugno. Tua madre dice di non lavorare in ferrovia e di tornare a casa presto.

Kilkelly, Irlanda, 1870. Mio amatissimo figlio John. Un saluto alla tua sposa e ai tuoi quattro figli, possano crescere forti e in salute. Michael si è messo un po’ nei guai, penso che non imparerà mai. A causa dell’umidità, di torba neanche a parlarne e non abbiamo niente da bruciare. E Bridget è contenta che hai dato il suo nome alla bambina, anche se lei ne ha già sei. Dici che hai trovato lavoro ma non dici di che tipo, né quando tornerai a casa.

Kilkelly, Irlanda, 1880. Cari Michael e John, figli miei. Mi dispiace darvi la triste notizia che la vostra vecchia cara mamma ci ha lasciati. L’abbiamo seppellita giù alla chiesa a Kilkelly, i vostri fratelli e Bridget erano presenti. Non preoccupatevi, è morta alla svelta, ricordatela nelle vostre preghiere. E’ bello sentire che Michael sta per tornare, coi soldi può certamente comprare della terra. Perché il raccolto è stato scarso e la gente vende a qualsiasi prezzo.

Kilkelly, Irlanda, 1890. Mio amatissimo figlio John. Penso di essere vicino agli ottanta, e sono passati trent’anni da quando sei partito. Grazie ai soldi che mi hai mandato vivo ancora per conto mio. Michael si è costruito una bella casa e le figlie di Bridget sono cresciute. Grazie per aver mandato la foto della tua famiglia, dei tuoi ragazzi e ragazze. Dici che potresti anche venire a trovarci. Che gioia sarebbe rivederti!

Kilkelly, Irlanda, 1892. Mio caro fratello John, mi dispiace di non averti scritto prima per dirti che il babbo se n’è andato. Viveva con Bridget, lei dice che era allegro ed è stato bene fino alla fine. Avresti dovuto vederlo giocare con i nipotini di Pat McNamara, il tuo amico. Lo abbiamo seppellito accanto alla mamma, giù al cimitero di Kilkelly. Era un vecchio forte e orgoglioso, considerando quanto la sua vita è stata dura. E’ strano come continuava a parlare di te. Ha chiesto di te alla fine. Perché non pensi di venire a trovarci. Ci piacerebbe rivederti.

Il mondo in dono

marzo 21, 2014 6 commenti

File0162La memoria inganna. Ogni volta che un ricordo si affaccia alla mente non è mai identico alla volta precedente. Nel frattempo ha perso qualche pezzettino che la mente si affretta a rimpiazzare con qualcosa di logico e credibile, compiendo una specie di restauro. Per questo non è detto che il mio ricordo sia perfettamente aderente alla realtà, ma mi piace, di volta in volta, rivederlo così.

La Francia era un posto strano da affrontare a bordo di una Simca 1000 grigia. Aveva il profumo dell’avventura che coincideva perfettamente con quello dei sedili in finta pelle rossa che ne costituivano la tappezzeria ancora coperta, a tratti, da residui di cellophane. La Francia erano le guardie di frontiera a Ventimiglia, i passaporti, quei cappellini dei flic che avevo imparato a conoscere dagli sceneggiati di Maigret, quelli con Gino Cervi. Quell’anno la Francia era la Costa Azzurra e la Provenza, ma soprattutto era il mio primo passaggio della frontiera italiana. Non sapevo bene cosa voleva dire ma ne ero elettrizzato. Era anche il fascino di una lingua sconosciuta che avevo sentito parlare solo da qualche parente emigrato oltre le Alpi. Mi sembrava che possederne il segreto significasse penetrare un mondo nuovo, comprenderlo e possedere una chiave per aprire porte che nascondevano chissà quali segreti.

Per questo ricordo così bene quel pomeriggio a Saint-Raphael. Ricordo il batticuore mentre camminavo verso il poliziotto (o forse era un vigile). Aveva una divisa estiva con una camicia celestina e si trovava al bordo della strada a guardar passare le macchine sul viale fiorito, vicino ad un incrocio, nell’attesa di rendersi utile a sbrogliare un possibile, futuro ingorgo di auto. Camminavo verso di lui col cuore che mi batteva forte. Ogni tanto mi voltavo a guardare mio padre che se ne stava pochi passi dietro di me, serenamente appoggiato alla nostra Simca grigia. Mi aveva insegnato quelle poche parole che servivano a formulare la mia domanda. Non ricordo nemmeno quale fosse, in realtà. Forse una banale richiesta di indicazione stradale. Ma poco importava al bambino-che-ero, me la ripetevo, in quei pochi metri, come un mantra che non mi era concesso sbagliare, mentre lui seguiva con lo sguardo la mia piccola prova. Il poliziotto mi vide, sorrise e, come se fosse un gioco, mi salutò portandosi la mano alla visiera del suo cilindretto scuro. La voce mi uscì a stento ma pronunciai esattamente ciò che mi ero ripetuto decine di volte nel breve tragitto tra la Simca e l’uomo in divisa. Solo poche parole. Lui alzò lo sguardo verso mio padre, uno sguardo complice. Poi rispose indicandomi con la mano un punto davanti a lui.

Tornai di corsa verso mio padre. Mi fermai a metà strada e mi voltai per salutare il poliziotto che per l’emozione mi ero dimenticato di ringraziare. Il cuore pulsava ancora ma per tutt’altro motivo. Poco importava la risposta che mi era stata data. Al bambino-che-ero importava che lui mi avesse compreso, che avesse riconosciuto le mie poche parole. La sua risposta era la prova. In quel momento di fronte a me si aprì la Francia, si aprì il mondo intero. Stava lì sul palmo della mia mano come se fosse un piccolo universo racchiuso tra le pareti rotonde di una sfera di vetro.

Sugli scaffali della mia libreria ci sono molti dizionari. Sono una traccia dei miei viaggi, piccole chiavi, a volte inutili, per accedere all’angolo di mondo che sto visitando. Magari ci ho tratto solo una parola, breve, solitaria, forse solo un saluto, da pronunciare con la timidezza di chi conosce la propria imperfezione, la propria inadeguatezza, ma sempre apprezzata e in grado di strappare un sorriso, di aprire una porta, di stabilire un brevissimo, effimero contatto con chi sta di fronte. Il regalo più bello.

Amigos

novembre 30, 2013 29 commenti

amigosAgua Azul, in questo periodo dell’anno, ha ben poco di azzurro. Siamo all’inizio della stagione delle piogge e le cascate sono gonfie di acqua color terra che scende violenta sulle rocce sottoponendo la pietra calcarea ad una corrosione che le rende lisce e lucide. Le bancarelle indigene vendono tutte le stesse cose: piccoli oggetti di artigianato, scialli, tessuti colorati, calendari maya tutti simili e a poco prezzo. E’ caldo e umido e i turisti sono pochi.

Anche la sala del ristorante è desolatamente vuota. Definirla sala è inappropriato, si tratta in realtà di uno spazio coperto da un rudimentale tetto di paglia, senza pareti, con un casotto in muratura che contiene la cucina; un altro – più piccolo – ospita i bagni. Qui le locande, poche, sono tutte uguali. Il menu non brilla certo per fantasia, si può scegliere tra pollo alla griglia e pesce. Sto mangiando il mio pasto quando li vedo. Sono due bambini. Il più grande ha gli occhi scuri e tratti indigeni. Probabilmente appartiene all’etnia tzotzil, prevalente in questa parte del Chiapas, ma potrebbe anche essere un tzeltal, o un chol. Difficile dirlo. I bambini non hanno elementi distintivi, a differenza degli adulti la cui appartenenza è rilevabile dai giubbotti di lana bianca o dal copricapo ornato di nastri colorati. La bambina, più piccola e con i capelli raccolti in una treccia nera che le scende lungo la schiena, regge un cesto enorme pieno di banane piccole e gialle. Si avvicinano e si fermano in piedi accanto al nostro tavolo, l’unico occupato dell’intera locanda, guardando in silenzio. Non me ne accorgo immediatamente mentre mia moglie è più perspicace di me e si accorge che il bambino guarda il piatto. Gli chiede se ne vuole un po’. Il bambino non apre bocca, rimane serio ma fa cenno di sì con la testa. Avvolto in un tovagliolino di carta gli porgiamo un grosso pezzo di pollo. Senza sorridere il bambino ringrazia e si allontana. Chiamo vicino a me la bambina e anche a lei consegno il mio pesce. Lei invece si congeda con un sorriso aperto e solare. Si siedono sul muretto al bordo della tettoia di paglia e mangiano le loro porzioni.

Quei bambini, come altri, sono lì per vendere le loro banane. Hanno fame ma non possono toccare la loro merce. Una banana, una moneta. Se mancano delle banane devono portare a casa l’equivalente in pesos. Forse i genitori fanno i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena. Forse il destino di quei bambini sarà quello di una vita di stenti, a caccia di turisti alle cascate di Agua Azul, a fare il saltimbanco o il mangiatore di fuoco nella piazza di San Cristobal oppure a cucire presine per viaggiatori in cerca di ricordi. Forse il padre si ammazza di lavoro mentre loro mangiano il pollo sul muretto della locanda, forse è addirittura diseducativo insegnar loro che l’elemosina porta in casa più soldi di quelli che i loro genitori possono procurarsi con la fatica  e la dignità di un lavoro. Forse tutto quanto noi pensiamo sia giusto è in realtà profondamente sbagliato. Forse avvolgendo il pezzo di pollo non ho fatto altro che contribuire a scavare la fossa del loro futuro. Ma come si fa a rifiutare loro un aiuto?

Così, dopo aver pagato il conto, li avviciniamo e acquistiamo le loro banane, lasciando qualche peso di mancia. Non so perché ma dallo sguardo severo del bambino mi convinco che lui capisce quel che voglio dire, che il pollo è solo un regalo, che lo rispetto per quello che fa, per quelle banane che vende e che si porta in giro in quel cesto pesante, che ci inchiniamo di fronte a quella sua dignità di bambino che come quasi tutti i suoi simili non chiede ma offre la sua merce come un adulto. Li salutiamo e andiamo verso il mercatino presso le cascate. E’ a quel punto che il bambino ci regala quello che per noi è un gioiello prezioso e inestimabile, una gemma nel fango, il ricordo di un lieve, fugace legame che continuerà ad esistere solo nel ricordo ma che in qualche modo, per qualche misterioso processo chimico del cervello o del cuore, lascerà un segno che non si cancella, una frase, una parola che rimarrà scolpita nell’anima come se fosse stata incisa sul granito più duro.

Il bambino mi prende per mano, finalmente mi sorride. “Amigo”, mi dice. Poi scappa.

San Juan de Chamula

settembre 20, 2013 8 commenti

chamula2Chiapas. Messico profondo. Tra gli stati della federazione è il più povero. E questa zona indigena è la più povera tra i poveri.

San Juan de Chamula è nel cuore del Chiapas. E’ la patria dell’esercito Zapatista del subcomandante Marcos che tante speranze ha acceso tra gli indigeni negli anni novanta. Scritte e murales ancora inneggiano agli zapatisti, nascosti della giungla, anche se l’entusiasmo sembra essersi spento; tanta ideologia, pochi risultati, e la vita è sempre durissima, come sempre. Le tombe del piccolo cimitero sono colorate, le croci variopinte stanno a indicare l’età del defunto. A fianco corre la via principale bordata di povere case, spesso solo quattro pareti di mattoni grigi, e bancarelle. Tutto è molto colorato, così come i vestiti tradizionali delle donne. Le abbiamo già viste, loro, nelle vie di San Cristobal de las Casas, intente a vendere i loro lavoretti artigianali, sempre dolcissime e con un perenne sorriso sulle labbra. Il loro valore sociale è nullo, qui sono quasi schiave degli uomini dal panama bianco in testa e il giacchetto di lana lunga e bianca.

La chiesa di San Juan è bianca con il portale di ingresso decorato e dipinto di verde. Sembra una chiesa come le altre ma non lo è. Qui il tempo si è fermato e la religione dei conquistatori si è fermata sulla soglia di questo mondo, contaminandolo ma lasciandone intatte le fondamenta religiose. Un gruppetto di uomini passa lasciando una scia di fumo e di litanie, la folla si apre in segno di rispetto. Un mayordomo, col suo fazzoletto bianco in testa,  attraversa la piazza; tiene in mano un libro, seguito da uomini nel loro tradizionale completo bianco. E bene capire che qui non si fotografa. Solo i giovani accettano, in cambio di qualche pesos, di farsi riprendere. Con gli adulti è meglio evitare. un grande cartello posto all’ingresso del paese avverte che chi infrange questa regola rischia molto, non solo percosse ma anche l’arresto da parte della polizia onnipresente. Mi sembra giusto. Siamo ospiti, qui.

Varcare la soglia della chiesa significa entrare in un altro mondo. La navata è illuminata da centinaia di piccole candele poste sul pavimento ai lati della chiesa, di fronte a decine di statue. Sono le statue dei santi. Il crocifisso non c’è. Si trova in disparte, quasi inutile e dimenticato. Il santo principale, San Giovanni Battista, ha davanti a sé moltissime candele. Il pavimento profuma di fresco; è ricoperto da aghi di pino verdi che lo rendono morbido e silenzioso. E’ mercoledì. Non è un giorno propizio per pregare, i giorni migliori sembrano essere il giovedì e il venerdì, quando la chiesa è affollata. Davanti ad una statua c’è una famigliola, padre, madre e due bambini. La statua, come tutte le altre, è coperta di specchietti perché quando si prega si deve essere sinceri, guardare i propri occhi riflessi nello specchio. Il padre, con una candela spenta in mano, mormora una litania in lingua tzotzil poi passa la candela sulla testa della donna, la strofina sulla schiena, sul seno, sul ventre poi la accende e la appoggia in terra davanti alla statua. Il fumo porterà, con l’intercessione del santo, la preghiera verso la divinità di cui il santo rappresenta un collaboratore. Sì, perché questa è in fondo la funzione di queste statue. Sono solo intermediari verso una più potente e antica divinità, sono impiegati che se non fanno il proprio lavoro possono essere puniti, coperti da un panno nero e rimossi, non più nutriti dalle candele o dalle offerte; basta che un numero sufficiente di persone si rivolga al mayordomo e questi, secondo tradizione, rimuoverà la statua per un periodo stabilito. Ma il problema deve essere serio, visto che da una borsa il padre tira fuori una gallina morta, una vita sacrificata, una ulteriore offerta al santo e di conseguenza al dio che sta sopra di lui.

Lascio la famigliola alle sue preghiere o cure. In queste zone quando ci si sente male non si va dal medico, ma dal curandero-mayordomo, si portano le offerte in chiesa, si accendono candele, si prega e si beve Coca-cola, sempre presente in grande quantità. I rutti espellono il male, questo il suo scopo. I curanderos si sono addirittura organizzati in associazioni, si parla di etno-medicina ed è diffusa nelle municipalità di San Juan de Chamula, di Zinacantàn, di Oxchuc e oltre. Si chiedono guarigioni, ma anche buoni raccolti, abbondanza di mais e qualche malocchio per i nemici; le candele nere servono a quest’ultima richiesta.

Fuori si torna in un mondo più familiare. I bambini si affollano intorno a te per venderti frutta e collane. Le donne continuano a sorridere, dolcissime e pazienti.