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Archive for the ‘divagazioni’ Category

L’Italia che mi piace

agosto 27, 2016 3 commenti

miseL’Italia che mi piace indossa divise di molti colori.

Ce ne sono di grigie e gialle, arancioni, azzurre e gialle, blu, rosse e molte altre. Lavorano in silenzio ogni giorno ma in certi momenti tutti si accorgono di loro e le luci si accendono sul loro operato. E allora ci si rende conto che quei ragazzi – perché ragazzi sono, indipendentemente dalla loro età anagrafica – lasciano il loro lavoro, le loro famiglie, la loro tranquilla quotidianità per andare ad aiutare il prossimo.

So bene che può sembrare retorica a buon mercato. Ma io li conosco bene quei ragazzi. Sono operai ed impiegati, studenti e disoccupati, professionisti e casalinghe. Ho il privilegio e l’onore di averli come amici, di condividere con loro la stessa passione, lo stesso impegno, la stessa divisa colorata. Di loro ci si può fidare, statene certi, perché loro, come altri, hanno compreso che ognuno, nel proprio piccolo, può fare qualcosa per rendere questo mondo un pochino migliore, condividendone la responsabilità. Sono come tante, piccole sentinelle poste a guardia di un’umanità minacciata e sofferente. E come scrive Saint- Exupéry ogni sentinella è responsabile di tutto l’impero.

Grazie ragazzi.

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L’ultima domanda

luglio 23, 2016 2 commenti

Materia ed energia erano terminate e, con esse, lo spazio e il tempo. Perfino AC esisteva unicamente in nome di quell’ultima domanda alla quale non c’era mai stata risposta dal tempo in cui un assistente semi-ubriaco, dieci trilioni d’anni prima, l’aveva rivolta a un calcolatore che stava ad AC assai meno di quanto l’uomo stesse all’Uomo. Tutte le altre domande avevano avuto risposta e, finché quell’ultima non fosse stata anch’essa soddisfatta, AC non si sarebbe forse liberato della consapevolezza di sé.Tutti i dati raccolti erano arrivati alla fine, ormai. Da raccogliere, non rimaneva più niente.
Ma i dati raccolti dovevano ancora essere correlati e accostati secondo tutte le relazioni possibili.
Un intervallo senza tempo venne speso a far questo.
E accadde, così, che AC scoprisse come si poteva invertire l’andamento dell’entropia.
Ma ormai non c’era nessuno cui AC potesse fornire la risposta all’ultima domanda. Pazienza! La risposta – per dimostrazione – avrebbe provveduto anche a questo. Per un altro intervallo senza tempo, AC pensò al modo migliore per riuscirci. Con cura, AC organizzò il programma.
La coscienza di AC abbracciò tutto quello che un tempo era stato un Universo e meditò sopra quello che adesso era Caos. Un passo alla volta, così bisognava procedere.
LA LUCE SIA! disse AC.
E la luce fu …
L’ultima domanda, Isaac Asimov, 1956

Il racconto L’ultima domanda fu scritto da Isaac Asimov agli albori dell’era informatica. E’ uno dei suoi racconti più celebri e verte su una domanda, una delle tante, poste ad un computer di nome Multivac (gli informatici più attempati ricorderanno che una delle marche storiche al tempo in cui i calcolatori occupavano intere stanze era la Univac).

L’ultima domanda posta al supercomputer da due operatori un po’ alticci era se si poteva, e come, arrestare la decadenza dell’universo. Per milioni di anni il computer e i suoi discendenti continuano ad elaborare gli ultimi processi che la razza umana, ormai scomparsa, ha sottoposto loro. Finché non rimane che una domanda, l’ultima, l’unico motivo che ancora giustifichi il lavoro della macchina. Il finale è quello riportato sopra ma forse la domanda non è quella più probabile.

Non sarei affatto interessato a vivere per migliaia di anni ma sarei curiosissimo di poter vedere come va a finire questa avventura umana, fino a che punto questa specie riuscirà a progredire (non solo in senso scientifico) e se in qualche modo riuscirà mai a dare una risposta alla domanda più scontata, più difficile, più sensata che un essere umano possa porsi. Qual è il senso di tutto questo, del mio passaggio qui? La disperata domanda a cui ogni filosofia o religione ha cercato, in ogni tempo, di dare una risposta.

La ragazza e il violinista

giugno 19, 2016 6 commenti

Un piccolo tributo alla bellezza. Solo questo vuole essere.

Il video è ormai virale, riportato da milioni di condivisioni su Facebook, che ogni tanto riesce a donarci qualche piccola perla, quindi non vuol essere chissà quale novità per i miei quasi inesistenti lettori. Lo pubblico solo per non perderlo nella memoria infinita della rete, per saper semplicemente dove poterlo ritrovare quando avrò bisogno di guardarlo.

Il violinista di strada e la ragazza, che viene indicata come una turista di lingua araba, danno vita ad una goccia di bellezza ed eleganza, ad un attimo di condivisione sulla musica, splendida, di Yann Tiersen. Un’esibizione improvvisata, voluta da una voce fuori campo che invita la ragazza a vincere la propria timidezza e a ballare. Per settimane il violinista gentile si è esibito agli angoli delle strade della mia città, sempre elegante ed educato nel suo frac. Un giorno i vigili volevano allontanarlo perché suonava con l’uso di un amplificatore. I passanti si indignarono non poco. Il fatto finì sul giornale locale e la multa non gli fu mai elevata. E lui, per ringraziare, continuò a suonare ancora un po’ agli angoli delle strade. Poi sparì, così come era apparso. Slavomir, questo il suo nome, viene dalla Slovacchia.

 

Johnny I hardly knew ye

maggio 29, 2016 1 commento

athyTutti la conosciamo, o l’abbiamo sentita almeno una volta, quella marcetta che spesso, nei film, accompagna i soldati americani di qualsiasi guerra nel loro ritorno a casa, salutati dalla folla e dalle ragazze che hanno lasciato ad aspettarli. E’ nota sotto il titolo di When Johnny comes marching home. E’ un canto allegro il cui testo e musica è stato pubblicato nel pieno della guerra di secessione americana.

Ma in realtà questa ballata ha ben altre origini. E’ arrivata negli Stati Uniti assieme agli emigranti irlandesi durante il massiccio esodo degli anni quaranta dell’Ottocento, in seguito alla terribile carestia di patate che aveva ridotto in miseria gran parte delle famiglie contadine in Irlanda. Molti di loro combatterono nelle fila dell’esercito nordista.

Eppure l’origine della ballata era ben altra. Sempre di guerra si tratta ma Johnny I hardly knew ye è una antica canzone che parla del ritorno al villaggio di Athy, contea irlandese di Kildare, di un soldato dell’esercito imperiale britannico. Ma il suo ritorno da una campagna nell’isola di Ceylon alla fine del Settecento, non è affatto festoso. A causa delle ferite e delle mutilazioni riportate la sua ragazza – come dice il titolo – lo riconosce appena.

Probabilmente è la prima canzone pacifista della storia. Vecchia di oltre duecento anni ma ancora terribilmente attuale.

Versione del gruppo folk Irish Rovers. Con il testo.

Piccoli stupiti viaggiatori soli

gennaio 15, 2016 1 commento

lonelinessvc9Questo mio sé, situato nel cuore, è più piccolo di un granello di riso, o di orzo, o di sesamo, o di miglio, del nucleo di un grano di miglio.
Questo mio sé, situato nel cuore, è più grande della terra, più grande dell’aria, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi.
Veda, Chandogya Upanisad 3.14

C’è un verso di una canzone di Ivano Fossati (Lusitania), vecchia ormai di quasi vent’anni, che mi capita spesso di canticchiare. Uno di quei versi che riconosci come verità e in un certo senso te ne appropri.

Parla di tutti noi, viaggiatori che vagano accompagnati dalla loro solitudine. Incrociamo altri per strada, condividiamo con loro tratti del nostro cammino verso una meta che non conosciamo o ci illudiamo di riconoscere. Ci sono compagni la nostra fragilità e il nostro immancabile stupore che forse è la nostra unica vera forza. Uno stupore che riesce a smuovere gli strati profondi della nostra esistenza, che li scuote, li anima e li resuscita dal loro torpore. Piccole creature vaganti in un paesaggio indifferente, in equilibrio su fili che formano una trama per noi illeggibile. Eppure in questa fragilità è racchiuso un universo. Nel sé più profondo, piccolo e delicatissimo, pulsa il cuore, la sintesi, l’impronta dell’infinito.

Siamo davvero piccoli, stupiti viaggiatori, soli.  Oppure piccole, inconsapevoli stelle.

 

La quarta Moira

ottobre 16, 2015 4 commenti

moireai8A volte il problema non è partire, andarsene, ma lasciare in ordine la stanza in cui abbiamo vissuto. Un ultimo sguardo, prima di spegnere la luce,  per controllare se abbiamo dimenticato qualche oggetto fuori posto, per cercare qualcosa di incompiuto. Di solito troviamo sempre un motivo per soffermarci ancora un attimo.

Ecco che allora ci vorrebbe una quarta Moira, un’ulteriore vecchietta che non fosse indifferente come le altre tre alle sorti degli uomini. Dovrebbe strappare dalle mani di Atropo annoiata il filo della vita, toglierlo dalle lame delle sue forbici e permettere di sospendere per un attimo la sentenza. Per cosa, poi? Non certo per cambiare il destino, per imboccare un bivio che possa allontanare dalla meta. No. Semplicemente per finire quel che è rimasto in sospeso, sorrisi non regalati, parole non dette, gesti non compiuti. Basterebbe poco in fondo.

Per riavvolgere un po’ quel filo, senza pretese di salvare il mondo o di cambiarlo, ma solo per tornare indietro e sciogliere un privatissimo rimpianto. Magari per pronunciare quelle parole che qualcuno avrebbe voluto tanto sentire, per posare la tua maledettissima mano sulla spalla che la stava aspettando, colmando così il vuoto che l’assenza di quel gesto ha scavato nel tuo cuore per così tanto tempo.

Ci vorrebbe davvero questa quarta Moira pietosa che, come il compagno di viaggio di Giovanni in quel racconto di Buzzati, attendesse fuori, al freddo, il nostro piccolo addio; così misericordiosa da aspettare parecchi minuti fuori del cancello, in piedi, lui, signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.

Estate

agosto 16, 2014 5 commenti

despFinirà mai questa maledetta estate che si è portata via per sempre amici e conoscenti, e che altri ancora ha colpito con la sua messe di malattie e diagnosi infauste?

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Dedicato

maggio 22, 2014 5 commenti


Vorrei dedicare questa vecchia ballata irlandese ad un amico che si sta riprendendo da un momento difficile. Gli auguro che possa apprezzare, dal suo piccolo regno su un lago incantato, la lentezza con la quale dovrà convivere per un breve periodo. Questa ballata viene di solito eseguita ad un ritmo più veloce. La versione di questo video, registrata nell’atmosfera informale di un pub, è invece molto più intima e dolce. Più adatta al motivo della dedica.

Buon futuro.

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Di uomini e dei

dicembre 28, 2013 24 commenti

godDopo la puntura tutto cambia. Dal letto si distende fino alla finestra una strada fatta di luna, larga, e per quella strada sale un uomo in mantello bianco foderato di porpora e va verso la luna. Vicino a lui cammina un giovane con un chitone stracciato e il viso deturpato. Camminando fianco a fianco discorrono con calore, discutono, cercano di concludere un colloquio.
Il Maestra e Margherita, Michail Bulgakov, 1966

Mi ha sempre colpito quella scena finale del Maestro e Margherita, quando Gesù e Pilato discutono, al tramonto, sulla strada per Gerusalemme. Da pari a pari, il Dio si confronta con l’uomo. Un Dio più umano degli uomini.

Mi piace immaginarlo come un uomo qualunque, un impiegato  o un operaio che  rientri in casa alla sera,  lasciandosi alle spalle il mondo con il suo rumore per rifugiarsi nel  silenzio delle sue riflessioni. Mi piace pensarlo stanco, come ogni uomo dopo una giornata di lavoro, dopo un procedere ostinato di azioni, svolte in sequenza, meccanicamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Prigioniero di una vita che, anche lui, forse non ha scelto di vivere.

Lo immagino intento a scaldarsi un caffè, prima di coricarsi, oppure seduto sulla sua poltrona logora,    a guardarsi, riflesso in uno  specchio che accentua la sua solitudine, quella che si porta dentro da tempo immemorabile. L’immagine che vede non somiglia affatto a quello che la gente crede. Nessuna barba bianca, nessuna veste svolazzante né triangoli luminosi. Niente a che vedere con quanto Michelangelo ha dipinto. Solo un uomo come tanti, una vita dopo l’altra.

Eppure ha scolpito pietre  e edificato città, ha costruito mura per difendersi, ha conosciuto la polvere delle battaglie, vissuto la vita tranquilla di un contadino, partorito in un palazzo dorato, è morto di malaria o di fame, è stato squartato sulla sommità di una piramide azteca, ha conosciuto le paludi e la miseria, l’oro e la ricchezza, ha cucito le divise dei soldati, è stata rapita, stuprata; è stata geisha e sultana, eunuco e vizir, come il cieco Tiresia ha vissuto come uomo e come donna, come madre e padre ha visto morire i suoi figli. Vite crudeli, vite serene. Non è stato facile, non è affatto facile. Se qualche passante potesse gettare lo sguardo oltre la cornice illuminata della finestra  potrebbe  vedere un uomo qualsiasi ma resterebbe colpito dal suo sguardo. Né giovane né vecchio, semplicemente antico. Potrebbe immaginare il peso dei millenni aleggiare su quegli occhi piantati in un volto senza tempo. Uno sguardo antico come il mondo. Il  viandante vi noterebbe l’inquietudine e la tristezza di chi ricopre un ruolo da troppo tempo, di chi deve compiere un lavoro che lo sfinisce, lo consuma, senza un attimo di riposo perché oltre la finestra la vita si muove ovunque e lui conosce ogni animale, ogni insetto, ogni goccia che scorre nei ruscelli, ogni foglia caduta al suolo. Ma lui è solo di una solitudine abissale nonostante sia sempre nei pensieri di molti.

Hanno innalzato chiese e campanili, cattedrali e minareti, stupa e pagode, totem e piramidi. Tutti pregano, bestemmiano, implorano invano. Solo lui può vedere ogni lieve scintilla di vita, solo lui conosce ogni preghiera, ogni disperato grido di aiuto, di fame, di rabbia, di dolore. Lo immagino chiudere gli occhi. Il passante potrebbe giurare che quell’uomo è sopraffatto dal dolore, dall’impotenza, spossato dal peso di un destino che gli impedisce di andare a rialzare ogni caduto, a curare ogni malato, a salvare ogni bambino  perché sua è la potenza ma suo anche il limite che ne vincola la volontà. Può creare universi ma resta inchiodato ai suoi limiti. Come possono capirlo gli uomini, come potrebbero mai  immaginarlo? Ha assistito impotente ai massacri di innocenti, al crollo delle sue case,  erette da chi lo teme e lo prega. Ha visto ogni neonato apparso nel mondo e ogni vecchio che in quell’istante moriva.  Ha visto uomini consumati da droghe vecchie e nuove, mescalina o extasy, denaro o alcol poco importa, ha visto moltitudini massacrarsi, annientarsi nel suo nome. Non era questo che voleva.

Lo immagino alzarsi dalla sedia come se volesse scacciare un pensiero troppo pesante da sopportare, forse  il sospetto del suo stesso  fallimento, e varcare la soglia della porta accanto per poi chiuderla dietro di sé. E da quella stanza posso osservarlo contemplare tutti gli oceani e le montagne del mondo, dei mondi,  e i calendari dei popoli incastonarsi nei loro cicli infiniti. Muovere il tempo. E contemporaneamente è nel passato, nel presente e nel futuro, ascolta  lingue che nessuno ha ancora parlato ed è testimone di tutte le speranze e le paure degli uomini morti da millenni e quelle di coloro che tra millenni nasceranno. Ma vede soprattutto il destino che gli incatena le mani, che gli impedisce di abbracciare le creature dei suoi mondi, la condanna che schiaccia la sua coscienza. Lui, creatore e  carnefice di ogni essere vivente, così simile alle sue creature, costretto a far compiere al suo universo un altro giro. Deve sentirsi così stanco, così deluso.

Fuori, oltre la notte, gli uomini continuano a pregarlo e ogni preghiera raggiunge il suo orecchio. Anche lui, pensa, avrebbe tanto voluto un dio da pregare.

 

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/