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Archive for the ‘dispersi in ufficio’ Category

Vita da insetti

luglio 9, 2012 8 commenti

Il cliente ritarderà di quasi un’ora, me lo ha appena detto al cellulare proprio mentre mi trovo di fronte all’ingresso della sua azienda. Di tornare in ufficio non se ne parla nemmeno quindi non mi resta che aspettare. Scelgo un caffè all’angolo della strada; ha una grande vetrata soleggiata e alcuni tavoli liberi. Mi siedo e ordino un cappuccino alla cameriera mentre sfoglio il giornale.

E’ in quel momento che lo vedo. Sembra un puntino chiaro, un granello di polvere sulla tovaglia rossa che ricopre il tavolo al quale sono seduto; però si muove. Guardando meglio mi accorgo che si tratta di un esserino minuscolo, un piccolissimo insetto di un colore che potrebbe essere collocato tra il giallo e il verde. Cammina lentissimo e fa un po’ tenerezza. Sicuramente visto al microscopio avrebbe un aspetto orribile ma adesso è solo una creaturina che si muove a fatica sulla superficie accidentata della stoffa. Avanza lentamente in linea retta; mi chiedo dove stia andando e da dove venga. Forse ha impiegato giorni a risalire lungo uno dei sostegni metallici del tavolo e immagino lo sforzo per raggiungere la vetta in mezzo a pericoli di ogni genere come clienti distratti e cameriere che, armate di straccio, possono spazzarlo via in un istante. Ma per andare dove, poi? Verso cosa?

Dopo tutto, il suo avanzare non è dissimile dalla vita di molti di noi che camminano in linea retta sulla tovaglia della loro esistenza senza sapere in quale direzione stanno andando, sempre esposti ad un incidente, ad una malattia o ad una cameriera. Per poi trovarsi, se tutto va bene, ad incontrare l’abisso che si stende appena oltre il bordo del tavolo della vita. Mi fa un po’ pena. Mi faccio un po’ pena. In fondo nessuno dei due è cosciente di cosa può riservarci il futuro. Siamo uguali.

Continua ad avanzare. Ci sono voluti molti minuti per raggiungere il bordo, ma adesso ci siamo. Posso immaginare la sua delusione, la sua rabbia; se concepisce un Dio-insetto forse bestemmierà di fronte al baratro che gli rivelerà l’inutilità delle sue fatiche. La tovaglia inizia a piegarsi in basso verso il nulla sottostante e l’esserino si ferma accorgendosi di non poter andare oltre. Sembra incerto. Sto per stendergli di fronte un fazzoletto di carta su cui poter salire per essere messo in salvo in qualche posto sicuro quando inaspettatamente lui vibra, apre due alette minuscole e spicca il volo per sparire nel nulla. Ore per attraversare la tovaglia e poi via, in aria.

La cameriera passa e mi guarda. Devo avere un’espressione così idiota. Mi sento così stupido.
Non siamo uguali. Lui vola, io non ne sono capace.

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Sulla panchina

giugno 14, 2012 8 commenti

Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.

Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi, 1854

Oggi c’è il sole. I palazzi di questo angolo di periferia sembrano un po’ meno brutti di altri; hanno un confortevole color pastello, ampie finestre e vasi pieni di fiori ad abbellire i loro balconi. Abitazioni di quieta e ordinaria disperazione urbana. Circondato dai palazzi, il piccolo giardino dovrebbe rappresentare un’oasi di verde ma è troppo angusto e troppo trascurato per far dimenticare l’ombra dei palazzi vicini.

Questa mattina su una panchina di ferro di quel piccolo parco stava seduta una coppia di anziani intenta a fare quello che ci si aspetta da loro ormai da alcune generazioni: dare da mangiare ai piccioni. Sembravano quasi non parlare e a dirla tutta mi facevano un po’ pena, non so proprio perché. Forse perché, in questo mondo di giovanotti palestrati e scattanti, di lifting e guerra senza quartiere alle rughe, la vecchiaia ci fa pensare al fallimento, alla inevitabile sconfitta nella lotta senza speranza contro il tempo che passa.

Nonostante il caldo primaverile lui era avvolto nel suo loden verde, lei portava in testa un berrettino di lana grossa e rossa e addosso un cappottino da niente. Si sono alzati e si sono baciati appena sulla guancia, con una delicatezza ed una tenerezza che non conosce aggettivi. Poi si sono incamminati con passo incerto nel vialetto, tenendosi per mano.

Li ho guardati a lungo, questa mattina, perché ho compreso che c’era più vita in quella coppia di anziani lenti e barcollanti, fragili come foglie cadute, che in mille dei nostri uffici, dove passiamo i giorni fra monitor e scartoffie e dove lasciamo che gli anni ci scorrano addosso senza rendersi conto che l’essenziale è altrove. Forse in mezzo alle loro mani congiunte pulsa quella vita che Thoreau, dalla sua solitudine sulle rive dello stagno di Walden, voleva costringere in un angolo, liberata da ogni aggettivo, nuda ed essenziale, ridotta ai minimi termini, nient’altro che vita.

Viene voglia davvero di buttar via il portatile e la valigetta e spalancare le finestre dell’anima per farvi entrare un po’ di quel sole che inonda il giardino, come si fa con le case disabitate per far accarezzare le stanze umide da un po’ di luce dopo un lungo periodo di buio. Sento la necessità di scrollarmi di dosso questa vita da formiche, con la certezza che la stiamo sprecando, la vita, e non c’è ingiuria più grande, insulto più imperdonabile. Ci sono segnali, dettagli che ci fanno capire tutto questo; eppure ogni volta ce ne dimentichiamo e tutto torna come prima. Come se quei vecchietti non ci avessero insegnato niente.

A volte ritornano

aprile 11, 2012 7 commenti

Ultimo giorno di lavoro. E proprio oggi è tornata.

Sto parlando della ragazza con l’anello, quella per la quale avrei davvero voluto fare qualcosa, qualunque piccola cosa. E’ di nuovo qui davanti a me, in cerca un posto per un esame urgente. La situazione non è buona e lei è preoccupata. Porta ancora il suo inconfondibile anello.

Il problema è che il posto non c’è proprio ma come faccio a dirglielo? La inserisco oltre l’orario, il tecnico radiologo mi perdonerà. Lui capisce. Mezz’ora in più. Gli offrirò il pranzo e lui capirà. Proprio in quest’ultimo giorno, questo giorno in cui lascerò questo strano posto che a volte riesce schiudere davanti a te paesaggi emotivi inaspettati e vibranti, che offre delusioni e drammi quasi mai compensati da orizzonti di umanità sconvolgente, ho colmato questo vuoto che mi portavo dietro da settimane. Mi si apre il cuore.

Se ne va un po’ sollevata. Lei non lo sa, ma è come se finalmente l’avessi abbracciata.

La ragazza con l’anello

gennaio 22, 2012 11 commenti

Non posso dimenticare i loro volti. Sembrano volteggiare davanti ai miei occhi sulle note di un valzer triste di Yann Tiersen. Non ricordo quasi mai i loro nomi, ma i loro occhi sì. Hanno gli sguardi preoccupati mentre firmano il consenso all’esame per poi sparire nella sala della TAC. Solo una mi rimane in mente, oggi. Forse per quello strano anello che indossa e che noto al momento della firma. E’ una ragazza dal viso simpatico, è sorridente. Firma, ringrazia, saluta e se ne va.

A fine giornata il medico arriva con il suo pacco di referti. Su alcuni di essi appare una piccola sigla, quasi invisibile, come se fosse un segno accidentale. Pessimo segno. Mi guarda in silenzio e mi lancia la solita occhiata prima di scorrere il monitor in cerca dei numeri di telefono dei medici curanti dei pazienti di cui ha siglato la cartellina. Riconosco, su una di esse, il nome della ragazza sorridente. Ci guardiamo per un attimo in silenzio. Non c’è bisogno di dire niente.

Sono passati due giorni. Rivedo il valzer dei volti. Tornano a prendere i risultati dei loro esami, E’ quasi l’ora di chiusura quando arriva lei. Indossa occhiali che le rendono il viso più carino. E l’anello. Le consegno la busta sigillata contenente il suo referto mentre lo sguardo mi cade sulla minuscola sigla e la cosa mi riempie di tristezza. Saluta e se ne va, ma sulla soglia fa quello che speravo non avrebbe mai fatto: si volta e torna indietro. E’ preoccupata, mi dice, e preferisce leggere il referto immediatamente, lì, davanti a me.

Non farlo! Ti prego, non ora… non qui! L’urlo mi rimane dentro, rimbalza, inutile, tra il cuore e la mente. Non ce la faccio a guardarla negli occhi. Spero che suoni il telefono, che arrivi qualcuno, qualunque cosa pur di non guardarla negli occhi. Mentre il suo sorriso si spegne vorrei abbracciarla. Non porta la fede e mi chiedo se stasera qualcuno, a casa, potrà consolarla, se l’avvolgerà in un abbraccio per non farla sentire sola, fragile, esposta. Mi chiedo se riconosce un Dio contro il quale imprecare. Anni di ambulanza non mi hanno ancora abituato all’incontro con la paura, con la sofferenza, con un futuro negato, incerto, compromesso. Impallidisce. Si porta le mani alle guance, sotto i suoi occhi mi sembra di veder brillare una lacrima. Mi saluta con un mezzo sorriso lasciandomi lì, inutile, mentre sparisce nel buio.

Porta con se il mio abbraccio non dato.