Archivio

Archive for the ‘biblioteca’ Category

Il sergente nella neve

ottobre 4, 2017 5 commenti

“Il nemico” è una parola che non uso. Nel Sergente nella neve la parola “nemico” non c’è: parlo di “russi”, dico “loro” ma “nemico” mai. Per me quelli non erano nemici: quando ero in Grecia o sul fronte francese o in Russia non li consideravo nemici. Il nemico bisogna conoscerlo, bisogna sapere cosa ti ha fatto. Il nemico è uno che ti ha offeso o uno che ti ha fatto del male. Ma loro non mi avevano fatto niente, non mi avevano offeso e allora la parola nemico nei miei libri non c’è.
Mario Rigoni Stern (1921-2008), da una intervista, 2005

A volte, i libri, dovrebbero essere letti più volte. O almeno letti con un’attenzione sufficiente per capire che la loro ricchezza, oltre che nelle parole stampate, risiede anche nelle assenze, in quei termini che diamo per scontati ma che invece, miracolosamente, scopriamo essere assenti.

Di Mario Rigoni Stern è stato scritto molto in occasione della sua morte, anni fa, ma mi ha colpito soprattutto questo brano, riportato da alcune fonti, tratto da una vecchia intervista. Non mi ero accorto di questa particolarità leggendo, tanti anni fa, Il Sergente nella Neve. Lo noto adesso, colpevolmente, perché da questa parolina che manca dovrebbe essere ben chiaro lo spessore dell’uomo.

Categorie:biblioteca Tag:

Le arpe di Merlin

giugno 1, 2016 4 commenti

arpaTu giungerai alla grandezza, e può darsi che un giorno ti senta solo nella tua grandezza, senza amici in nessun luogo, ma solo fra coloro che ti rispettano, o ti temono o ti tengono in sacro terrore. Io ti compiango, ragazzo dai limpidi occhi dritti che guardano lontano, colmi di desiderio. Ti compiango e…Madre Celeste, come t’invidio.
La Santa Rossa, John Steinbeck, 1929

E’ sempre interessante rileggere a distanza di anni libri che sono stati, per noi, importanti.

Mi è successo con La Santa Rossa di John Steinbeck. Lo avevo letto tanti anni fa, da ragazzino. E’ la storia, molto romanzata, del bucaniere Henry Morgan. Inizia con il crescente desiderio di un Morgan adolescente di lasciare le valli del Galles, dove è nato, per rincorrere il richiamo dell’avventura, dell’oceano, del nuovo mondo. A nulla varrà l’opposizione della madre e la disperata tristezza del padre di fronte alla sua decisione. E’ un padre che comprende benissimo l’inquietudine del figlio perché anche lui la conosce, anche lui sognava le stesse avventure. E neanche il tentativo di farlo tornare alla ragione facendogli incontrare il vecchio veggente Merlin, che vive in una casa sui monti in compagnia delle sue arpe celtiche, riuscirà a distogliere il ragazzo dai suoi propositi. Merlin gli predirrà una vita di avventure e ricchezze, di conquista e violenza, ma anche profonda solitudine ed eterna inquietudine. Il giovane Henry lascerà la sua casa di notte, senza aver trovato il coraggio di salutare la ragazza che ama e questo diverrà il grande rimpianto della sua vita.

A quindici anni ci si riconosce nelle ragioni del protagonista, nella sua voglia di avventure, nei suoi sogni, perfino nel tormento, nella paura di esprimere i propri sentimenti all’amata Elizabeth. Trent’anni più tardi, rileggendo, si è invece più consapevoli delle angosce del padre, si comprende la sua speranza che il figlio rimanga vicino, al sicuro dai cannoni nemici e dalle malattie della giungla. Ma il padre conosce bene quel che suo figlio sta provando perché ci è già passato, perché i sogni del ragazzo sono stati i suoi sogni. Per paura lui ci ha rinunciato, il giovane Henry invece va loro incontro.

Tutti hanno fantasticato di una vita oltre l’orizzonte, tutti hanno ascoltato e trascurato i timori di chi li amava, nessuno ha dato ascolto al Merlin di turno. Così come più tardi molti si sono ritrovati a ruoli invertiti, ad indossare i panni del vecchio druido o di genitori ansiosi di fronte a desideri già conosciuti, a sogni già sognati.

Il libro è lo stesso, è il lettore che cambia. prima figlio poi padre. E la ruota continua a girare, mentre le arpe di Merlin restano inascoltate.

Categorie:biblioteca Tag:, ,

La quarta Moira

ottobre 16, 2015 4 commenti

moireai8A volte il problema non è partire, andarsene, ma lasciare in ordine la stanza in cui abbiamo vissuto. Un ultimo sguardo, prima di spegnere la luce,  per controllare se abbiamo dimenticato qualche oggetto fuori posto, per cercare qualcosa di incompiuto. Di solito troviamo sempre un motivo per soffermarci ancora un attimo.

Ecco che allora ci vorrebbe una quarta Moira, un’ulteriore vecchietta che non fosse indifferente come le altre tre alle sorti degli uomini. Dovrebbe strappare dalle mani di Atropo annoiata il filo della vita, toglierlo dalle lame delle sue forbici e permettere di sospendere per un attimo la sentenza. Per cosa, poi? Non certo per cambiare il destino, per imboccare un bivio che possa allontanare dalla meta. No. Semplicemente per finire quel che è rimasto in sospeso, sorrisi non regalati, parole non dette, gesti non compiuti. Basterebbe poco in fondo.

Per riavvolgere un po’ quel filo, senza pretese di salvare il mondo o di cambiarlo, ma solo per tornare indietro e sciogliere un privatissimo rimpianto. Magari per pronunciare quelle parole che qualcuno avrebbe voluto tanto sentire, per posare la tua maledettissima mano sulla spalla che la stava aspettando, colmando così il vuoto che l’assenza di quel gesto ha scavato nel tuo cuore per così tanto tempo.

Ci vorrebbe davvero questa quarta Moira pietosa che, come il compagno di viaggio di Giovanni in quel racconto di Buzzati, attendesse fuori, al freddo, il nostro piccolo addio; così misericordiosa da aspettare parecchi minuti fuori del cancello, in piedi, lui, signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.

Oltre il confine degli occhi

ottobre 7, 2015 5 commenti

old-man-eyePer questo i morti scompaiono molto lentamente, e spesso la sera continuano a passeggiare per le vie e le case, anche se non hanno più voglia di lavorare né di fare conversazione. Al massimo portano in braccio i bambini che nasceranno, i più curiosi, che talvolta si sporgono a vedere cosa sarà di loro.
I fannulloni, Marco Lodoli, 1990

Il corpo disteso sulla lettiga dell’ambulanza è magro come un alberello in inverno. La vita si sta ritirando nel profondo, come la linfa abbandona i rami secchi lasciandosi dietro solo le macerie di un corpo alla fine dei suoi giorni. Sussulta solo grazie agli scossoni del mezzo, i pugni stretti, le braccia riunite sul petto, fin sotto la gola. Gli parlo, lo tocco, ma non ottengo alcuna risposta. Uno schermo invisibile è sceso da tempo tra lui e la realtà.

L’unica parte viva sono gli occhi. Immobili, tranquilli, sembrano fissare il soffitto dell’ambulanza ma lo sguardo va ben oltre, varca i confini di un mondo al quale noi non abbiamo accesso. Non ancora. E’ lo sguardo mite, forse rassegnato, di chi sta attraversando la parete tra la vita e la morte e intravede, al di là di essa, un mondo altro. Da ciò che sta lasciando sembra aver preso le distanze, ormai, senza giudizi, senza dolore. Tra poco prenderà in braccio un bambino non ancora nato e gli darà le prime istruzioni sul mondo, come immagina Marco Lodoli nel suo bellisimo I Fannulloni sia il compito dei vecchi appena lasciato questo mondo.

Nasce sempre, ossessiva, la stessa domanda. Cosa si nasconde dietro quegli occhi? Quali ricordi di gioie, dolori, di amici, figli, amanti? Quanto male o quanto bene hanno visto quegli occhi e di quali speranze e delusioni sono stati testimoni; quali panorami andranno perduti per sempre quando si chiuderanno definitivamente?Continuo a sognare che in qualche recesso del tempo un amanuense paziente scriva all’infinito la storia degli uomini, di ogni singolo, irripetibile uomo. Affinché nulla vada davvero perduto.

Categorie:biblioteca, dodo Tag:,

Letture parallele

Mag 21, 2015 1 commento

bookssq3 I cieli non sono umani, ma c’è qualcosa forse più di questi cieli, la compassione e l’amore di cui mi sono ormai dimenticato e che ho dimenticato.
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal, 1981

Sfogliando le prime pagine l’ho visto subito.
E’ un lungo capello castano, sottile e sinuoso, tenuto casualmente dal bordo del nastro adesivo che ferma la plastica protettiva alla copertina del libro appena preso in prestito in biblioteca. Arbitrariamente decido che si tratta di un capello femminile, forse appartenente ad una lettrice che mi ha preceduto. In realtà potrebbe essere dell’impiegata al bancone ma, non so perchè, scarto questa ipotesi.

Il libro è consunto, vecchio, vissuto, sottolineato e pieno di richiami, tutto il contrario di come si dovrebbe trattare un oggetto non proprio. Questi segni a matita probabilmente sono stati tracciati da molti lettori che, nel corso degli anni, hanno avuto in mano il volume, tuttavia mi piace schiacciare i segni sullo stesso piano temporale per attribuirli alla misteriosa donna che ha lasciato cadere il suo capello tra le pagine. Come quando, guardando una costellazione, ne annulliamo la profondità e la distanza.

Inizia così una specie di doppia lettura, quella di Una solitudine troppo rumorosa e quella, parallela, della personalità dell’anonima lettrice, facendo attenzione a che cosa ha sottolineato, a che cosa, in quelle pagine, ha colpito la sua attenzione.
Frasi ad effetto, alcune poetiche altre tristissime, citazioni di Kant e il suo epitaffio, interi periodi deprimenti e cupi. Una specie di ossessione per la frase che Hrabal ripete molte volte nel libro: solo quando siamo stritolati esprimiamo il meglio di noi stessi. Ma anche, finalmente, un grande segno rotondo attorno a quelle poche parole: oggi è stata una bella giornata.

A giudicare dalle condizioni del libro si può intuire che presto verrà destinato al macero, finendo nelle mani di un collega del protagonista della storia, un operaio di Praga – addetto alla pressa che distrugge carta e libri – che cerca di salvare le opere che ama riempiendo la sua casa di volumi.

Chissà se quell’operaio sfoglierà questo libro e lo metterà da parte, salvando dalla distruzione la storia del suo collega praghese e gli appunti dell’anonima lettrice. Dopo tutto sarebbe un destino perfetto, per il triste operaio Hanta, quello di finire nelle mani di qualcuno che gli somiglia.

Categorie:biblioteca, déja vu Tag:,

Classici di Natale

dicembre 18, 2014 2 commenti

carolCi sono riti che si ripetono anno dopo anno. E non solo religiosi, o almeno non necessariamente tali. Sono ormai anni che non riesco a sottrarmi, in questo periodo dell’anno ad uno di questi. Si tratta della rilettura, l’ennesima, del Canto di Natale di Dickens. Nonostante conosca ormai a memoria questo libriccino che illustra la celebre conversione laica del vecchio taccagno Scrooge alla generosità, la sua lettura riesce sempre a smuovere qualcosa. Non a caso i classici, per essere tali, devono resistere al tempo. Anche se di poche pagine.

Buone Feste a tutti quanti.

 

Categorie:biblioteca Tag:,

Sulla panchina

giugno 14, 2012 8 commenti

Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.

Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi, 1854

Oggi c’è il sole. I palazzi di questo angolo di periferia sembrano un po’ meno brutti di altri; hanno un confortevole color pastello, ampie finestre e vasi pieni di fiori ad abbellire i loro balconi. Abitazioni di quieta e ordinaria disperazione urbana. Circondato dai palazzi, il piccolo giardino dovrebbe rappresentare un’oasi di verde ma è troppo angusto e troppo trascurato per far dimenticare l’ombra dei palazzi vicini.

Questa mattina su una panchina di ferro di quel piccolo parco stava seduta una coppia di anziani intenta a fare quello che ci si aspetta da loro ormai da alcune generazioni: dare da mangiare ai piccioni. Sembravano quasi non parlare e a dirla tutta mi facevano un po’ pena, non so proprio perché. Forse perché, in questo mondo di giovanotti palestrati e scattanti, di lifting e guerra senza quartiere alle rughe, la vecchiaia ci fa pensare al fallimento, alla inevitabile sconfitta nella lotta senza speranza contro il tempo che passa.

Nonostante il caldo primaverile lui era avvolto nel suo loden verde, lei portava in testa un berrettino di lana grossa e rossa e addosso un cappottino da niente. Si sono alzati e si sono baciati appena sulla guancia, con una delicatezza ed una tenerezza che non conosce aggettivi. Poi si sono incamminati con passo incerto nel vialetto, tenendosi per mano.

Li ho guardati a lungo, questa mattina, perché ho compreso che c’era più vita in quella coppia di anziani lenti e barcollanti, fragili come foglie cadute, che in mille dei nostri uffici, dove passiamo i giorni fra monitor e scartoffie e dove lasciamo che gli anni ci scorrano addosso senza rendersi conto che l’essenziale è altrove. Forse in mezzo alle loro mani congiunte pulsa quella vita che Thoreau, dalla sua solitudine sulle rive dello stagno di Walden, voleva costringere in un angolo, liberata da ogni aggettivo, nuda ed essenziale, ridotta ai minimi termini, nient’altro che vita.

Viene voglia davvero di buttar via il portatile e la valigetta e spalancare le finestre dell’anima per farvi entrare un po’ di quel sole che inonda il giardino, come si fa con le case disabitate per far accarezzare le stanze umide da un po’ di luce dopo un lungo periodo di buio. Sento la necessità di scrollarmi di dosso questa vita da formiche, con la certezza che la stiamo sprecando, la vita, e non c’è ingiuria più grande, insulto più imperdonabile. Ci sono segnali, dettagli che ci fanno capire tutto questo; eppure ogni volta ce ne dimentichiamo e tutto torna come prima. Come se quei vecchietti non ci avessero insegnato niente.