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Archive for the ‘appenninica’ Category

Storia di A.

settembre 30, 2017 3 commenti

Si ha l’impressione che sia passata accanto a noi senza sfiorarci, spostando appena l’aria, leggera come un battito d’ali o un pensiero distratto. Granello dopo granello la polvere stava ricoprendo la sua anima e la luce dei suoi occhi sembrava ritrarsi sul fondo della pupilla, quasi a difendersi.

Non so spiegare perché questa morte mi colpisce più di altre. Forse perché è in qualche modo legata ai tempi passati, o forse perché giunge al termine di un declino lento e triste, lasciandosi alle spalle un sentiero cosparso di sogni infranti e serenità perduta per strada. O forse semplicemente perché è avvenuta prima di quanto la logica delle cose facesse supporre.

L’ho sempre conosciuta; veniva ogni estate. Le finestre della sua casa si spalancavano sulla piazza, coperte e tovaglie pendevano dalle finestre a prendere aria dopo l’inverno. Noi ragazzini ci chiedevamo perché quella ragazza bionda dagli occhi azzurri, di qualche anno più grande di noi,  lasciasse ogni estate la città più scintillante d’Europa  per seguire i nonni fino a questo paesino sperduto tra le montagne. Lei era gentile e, a differenza di certi suoi coetanei, non ci trattava male solo perché più piccoli. Ci piaceva, e quando nei pomeriggi caldi sedeva ad un tavolo sotto i tigli, in un angolo della piazza, a giocare a qualche strano gioco francese con i suoi, noi le sedevamo accanto, poco interessati alle sue carte molto di più alle sue minigonne e alle generose scollature che in quella valle erano una preziosa rarità. Finì per innamorarsi di un ragazzo del posto che non volle seguirla lontano dal paesino, e lei si adattò, chiudendosi in una prigione verde, fatta di montagne e di castagni. Cosa non si fa per amore. Estate e inverno rotolavano via uno dietro l’altro, in casa o in piazza, a chiacchierare e fumare le sue dannate sigarette. Come una principessa triste.

Ogni anno la trovavo più malinconica, cupa. Rimaneva il bel sorriso ma la luce nei suoi occhi si stava spegnendo. Mi diceva: “Sei sempre uguale, tu!”, ben sapendo che lo stesso non si poteva dire di lei. Era come se pensasse a voce alta guardandosi impietosamente allo specchio. I figli, che sono una benedizione per molti, non lo sono stati per lei. Solo problemi che non riusciva a reggere.

Quando mi hanno telefonato per dirmi che non c’era più mi sono accorto che non sapevo molto altro della sua vita.  Aveva tenuto per sé anche la sua malattia. E’ un’altra piccola fetta di vita che se ne va, un’altra gobba del mio giardino, più alta e più importante di quanto credessi.

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Luci della sera

agosto 28, 2014 5 commenti

sunset9ln

Tu sais… quand on est tellement triste on aime les couchers du soleil.
Antoine de Saint-Exupery, Il piccolo principe

Il ricordo più remoto che conservo della mia infanzia è probabilmente quello del contatto col corpo magro di mia nonna che mi teneva in braccio. Mi portava, verso sera, ad una curva della strada, appena fuori dal paese, dalla quale si dominava la vallata stretta e profonda; mi conduceva al limite del sentiero dal quale, ogni sera, sbucava mio nonno al ritorno dalla lunga giornata di lavoro nei campi terrazzati sul fianco della montagna.

A volte le attese erano lunghe e allora mia nonna mi raccontava il tramonto.

Forse anch’io – come le oche di Konrad Lorenz – ho ricevuto una sorta di imprinting seguendo il lento affondare del sole dietro i fianchi delle montagne che, lontanissime, chiudevano la valle, mentre mia nonna mi sussurrava che il sole andava a tuffarsi in un mare troppo lontano per essere visto da lì. Forse è da quelle sere passate con lei che è nato il fascino per quello spettacolo di luce mutevole che infiamma il cielo al crepuscolo.

Anni più tardi, ancora bambino, avrei costretto mio padre a lunghe attese davanti alle pareti del Rosengarten (non ce la faccio a chiamarlo Catinaccio, è più forte di me) avvampate dall’enrosadira dolomitica, per assistere alla fioritura delle rose traditrici maledette da Re Laurino. E da adulto sarei stato sveglio nelle notti estive finlandesi ad ammirare dal balcone tramonti rossi e lunghissimi che confinavano con albe infinite. E a volte mi sarei fermato, come faccio tuttora, lungo la strada, da solo, ad aspettare il ricongiungersi del sole con la notte.

Forse è per questo che mi commuove il pensiero dei quarantatré tramonti del Piccolo Principe e certe descrizioni del cielo che non riesco ad evitare di sottolineare quando le incontro sui libri. Ma a differenza del piccolo principe i tramonti non mi rattristano. Mai. Mi riportano all’infanzia, alla meraviglia di quei primi passi in un mondo nuovo.

Se mia nonna sapesse che il ricordo che ho di lei è ormai vago e lontanissimo certamente ne sarebbe rattristata. Ma sarebbe la tristezza di un attimo. Poi sorriderebbe, consapevole di avermi regalato un miracolo che si ripete ogni sera.

Kilkelly, Ireland

aprile 14, 2014 8 commenti

Come moltissimi suoi connazionali John Hunt, verso la metà degli anni cinquanta dell’Ottocento, lasciò il villaggio natale di Kilkelly, nella contea irlandese di Mayo, per cercare una vita migliore nella lontana America e non tornare mai più a casa. Più di un secolo dopo Peter Jones, un suo discendente, ritrovò per caso la corrispondenza che il suo bisnonno aveva tenuto con la sua famiglia rimasta in Irlanda, in un mondo di fame e di miseria, di sofferenze e disperazione. Ne nacque una dolcissima ballata diventata presto popolarissima. Ancora oggi nel piccolo cimitero di Kilkelly è possibile ascoltarla suonata dalla chitarra di qualche turista di passaggio.

Potrei benissimo sostituire le immagini che scorrono sotto la musica con quelle che riempiono i cassetti di casa mia. Sono le stesse espressioni, disilluse o piene di speranza che dipingono i volti di chi, per miseria o per costrizione, lascia la propria casa per cercare un futuro oltre il mare, oltre i confini della speranza. Sono i volti ingialliti degli amici e parenti di mia madre che hanno lasciato per sempre il loro piccolo villaggio sull’Appennino per non tornarvi, in molti casi, mai più.

 

Testi e musica di Peter Jones, la versione è quella cantata da Robbie O’Donnel, la traduzione è mia.

Kilkelly, Irlanda, 1860. Mio amatissimo figlio John. Il tuo amico e maestro di scuola Pat McNamara è così gentile da scrivere per me queste parole. I tuoi fratelli sono andati tutti a cercare lavoro in Inghilterra, la casa è così vuota e triste. Purtroppo i raccolti di patate sono malati, un terzo o anche metà sono da buttare. E tua sorella Bridget e Patrick O’Donnel si sposeranno in giugno. Tua madre dice di non lavorare in ferrovia e di tornare a casa presto.

Kilkelly, Irlanda, 1870. Mio amatissimo figlio John. Un saluto alla tua sposa e ai tuoi quattro figli, possano crescere forti e in salute. Michael si è messo un po’ nei guai, penso che non imparerà mai. A causa dell’umidità, di torba neanche a parlarne e non abbiamo niente da bruciare. E Bridget è contenta che hai dato il suo nome alla bambina, anche se lei ne ha già sei. Dici che hai trovato lavoro ma non dici di che tipo, né quando tornerai a casa.

Kilkelly, Irlanda, 1880. Cari Michael e John, figli miei. Mi dispiace darvi la triste notizia che la vostra vecchia cara mamma ci ha lasciati. L’abbiamo seppellita giù alla chiesa a Kilkelly, i vostri fratelli e Bridget erano presenti. Non preoccupatevi, è morta alla svelta, ricordatela nelle vostre preghiere. E’ bello sentire che Michael sta per tornare, coi soldi può certamente comprare della terra. Perché il raccolto è stato scarso e la gente vende a qualsiasi prezzo.

Kilkelly, Irlanda, 1890. Mio amatissimo figlio John. Penso di essere vicino agli ottanta, e sono passati trent’anni da quando sei partito. Grazie ai soldi che mi hai mandato vivo ancora per conto mio. Michael si è costruito una bella casa e le figlie di Bridget sono cresciute. Grazie per aver mandato la foto della tua famiglia, dei tuoi ragazzi e ragazze. Dici che potresti anche venire a trovarci. Che gioia sarebbe rivederti!

Kilkelly, Irlanda, 1892. Mio caro fratello John, mi dispiace di non averti scritto prima per dirti che il babbo se n’è andato. Viveva con Bridget, lei dice che era allegro ed è stato bene fino alla fine. Avresti dovuto vederlo giocare con i nipotini di Pat McNamara, il tuo amico. Lo abbiamo seppellito accanto alla mamma, giù al cimitero di Kilkelly. Era un vecchio forte e orgoglioso, considerando quanto la sua vita è stata dura. E’ strano come continuava a parlare di te. Ha chiesto di te alla fine. Perché non pensi di venire a trovarci. Ci piacerebbe rivederti.

La scoperta delle lacrime

marzo 17, 2012 11 commenti

Li vedo sfilare davanti a me. Firmano a fatica, spesso solo un segno faticoso e tremolante, lento e impegnativo. Hanno occhi stanchi nascosti in mezzo a corridoi di rughe, sculture disegnate da anni di lavoro e di vita.

Da piccolo pensavo che i vecchi non potessero soffrire. I bambini e le donne, loro sì, erano autorizzati a piangere come pure, seppur raramente, gli adulti. Ma i vecchi no. Loro mi sembravano come alberi pietrificati, alieni al dolore e alle emozioni. Mio nonno ad esempio era una roccia. Lo aspettavo ogni sera al tramonto, curvo e lento, un caparbio contadino che si ostinava a coltivare i fianchi della montagna. Ogni suo gesto tenero racchiudeva forza e durezza.
Poi, una sera d’estate, imparai quanto mi sbagliavo.

A tarda notte, in paese, tutti erano ancora svegli. Erano i tempi in cui si lasciavano aperte le porte delle case, in cui non ci si preoccupava se i bambini non tornavano per tutto il pomeriggio, liberi di scorrazzare per case e campi, certi che qualche mamma avrebbe preparato per tutti loro una fetta di pane e olio. Erano i tempi in cui in un paese dell’Appennino la morte era condivisa da tutti quanti. I più piccoli ciondolavano di sonno in braccio alle madri, gli uomini parlottavano sotto la finestra con la luce accesa. Noi, un po’ più grandicelli, provavamo l’eccitazione di sfidare la mezzanotte ancora fuori dal nostro letto. Tutti sapevano che dietro quelle persiane chiuse dalle quali filtrava la luce gialla di una lampadina Letizia stava morendo. Tutti sapevano che il vecchio Masino, suo compagno di una vita, le stava tenendo la mano, quasi a non voler lasciarla andare.

Verso le due la finestra si aprì. Calò un silenzio quasi di sollievo; dopo tutto salutava la fine di un dolore. Il vecchio uscì. Tutti lo abbracciarono e lui, confuso, ricambiava più volte. Lo feci anch’io, forse per sembrare più grande dei miei pochi anni. Fu allora che vidi che lungo il suo viso scorrevano lacrime. Copiose come piccoli ruscelli si incanalavano lungo i solchi delle sue rughe, nette e profonde come corsi d’acqua scolpiti da millenni di lavoro, acqua e vento; i suoi occhi azzurri erano umidi come non avrei mai pensato possibile.

E’ da quella sera, ne sono certo, che di fronte alle lacrime sono totalmente indifeso.

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