A volte ritornano

aprile 11, 2012 7 commenti

Ultimo giorno di lavoro. E proprio oggi è tornata.

Sto parlando della ragazza con l’anello, quella per la quale avrei davvero voluto fare qualcosa, qualunque piccola cosa. E’ di nuovo qui davanti a me, in cerca un posto per un esame urgente. La situazione non è buona e lei è preoccupata. Porta ancora il suo inconfondibile anello.

Il problema è che il posto non c’è proprio ma come faccio a dirglielo? La inserisco oltre l’orario, il tecnico radiologo mi perdonerà. Lui capisce. Mezz’ora in più. Gli offrirò il pranzo e lui capirà. Proprio in quest’ultimo giorno, questo giorno in cui lascerò questo strano posto che a volte riesce schiudere davanti a te paesaggi emotivi inaspettati e vibranti, che offre delusioni e drammi quasi mai compensati da orizzonti di umanità sconvolgente, ho colmato questo vuoto che mi portavo dietro da settimane. Mi si apre il cuore.

Se ne va un po’ sollevata. Lei non lo sa, ma è come se finalmente l’avessi abbracciata.

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La scoperta delle lacrime

marzo 17, 2012 11 commenti

Li vedo sfilare davanti a me. Firmano a fatica, spesso solo un segno faticoso e tremolante, lento e impegnativo. Hanno occhi stanchi nascosti in mezzo a corridoi di rughe, sculture disegnate da anni di lavoro e di vita.

Da piccolo pensavo che i vecchi non potessero soffrire. I bambini e le donne, loro sì, erano autorizzati a piangere come pure, seppur raramente, gli adulti. Ma i vecchi no. Loro mi sembravano come alberi pietrificati, alieni al dolore e alle emozioni. Mio nonno ad esempio era una roccia. Lo aspettavo ogni sera al tramonto, curvo e lento, un caparbio contadino che si ostinava a coltivare i fianchi della montagna. Ogni suo gesto tenero racchiudeva forza e durezza.
Poi, una sera d’estate, imparai quanto mi sbagliavo.

A tarda notte, in paese, tutti erano ancora svegli. Erano i tempi in cui si lasciavano aperte le porte delle case, in cui non ci si preoccupava se i bambini non tornavano per tutto il pomeriggio, liberi di scorrazzare per case e campi, certi che qualche mamma avrebbe preparato per tutti loro una fetta di pane e olio. Erano i tempi in cui in un paese dell’Appennino la morte era condivisa da tutti quanti. I più piccoli ciondolavano di sonno in braccio alle madri, gli uomini parlottavano sotto la finestra con la luce accesa. Noi, un po’ più grandicelli, provavamo l’eccitazione di sfidare la mezzanotte ancora fuori dal nostro letto. Tutti sapevano che dietro quelle persiane chiuse dalle quali filtrava la luce gialla di una lampadina Letizia stava morendo. Tutti sapevano che il vecchio Masino, suo compagno di una vita, le stava tenendo la mano, quasi a non voler lasciarla andare.

Verso le due la finestra si aprì. Calò un silenzio quasi di sollievo; dopo tutto salutava la fine di un dolore. Il vecchio uscì. Tutti lo abbracciarono e lui, confuso, ricambiava più volte. Lo feci anch’io, forse per sembrare più grande dei miei pochi anni. Fu allora che vidi che lungo il suo viso scorrevano lacrime. Copiose come piccoli ruscelli si incanalavano lungo i solchi delle sue rughe, nette e profonde come corsi d’acqua scolpiti da millenni di lavoro, acqua e vento; i suoi occhi azzurri erano umidi come non avrei mai pensato possibile.

E’ da quella sera, ne sono certo, che di fronte alle lacrime sono totalmente indifeso.

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Sindaci nella neve

febbraio 13, 2012 8 commenti

Ma perchè si ostinano a recitare così male? Trovo che non ci sia niente di più squallido, deprimente, falso di un politico che, per migliorare la propria immagine, si armi di pala e inizi a spalare la neve nella sua città. E non parlo di quelli che in questi giorni, abbigliati come Messner, ci deliziano con le loro vigorose attività fisiche davanti alle telecamere. Comprendo il sindaco del paesino di montagna che, al pari dei suoi concittadini, aiuta a liberare una strada, a spostare un albero caduto, a liberare un tetto pericolante. Lì si tratta probabilmente di sincera condivisione, di situazioni in cui un paio di braccia in più non fanno male.

Non ne faccio un problema di appartenenza politica. Proprio poche settimane fa i candidati alle primarie della mia città, in vista delle prossime elezioni comunali, si sono esibiti nello squallido spettacolo della buona volontà. Uno ha imbracciato il pennello e si è messo a verniciare paletti, un altro spazzava le strade, un terzo vuotava i cestini. Poi, mezz’ora più tardi, a telecamere spente, si sono rimessi il cappotto per farsi intervistare.

Può darsi che la gente sia stupida, è chiaro. Ma non così stupida da ricondurre quelle esibizioni a dimostrazione di sincero amore per la propria città. Un professore universitario, un commercialista, un avvocato che recitano la loro parte di fronte ad una telecamera per convincere gli elettori a votarli. Forse non si accorgono di mettere in mostra solo la loro falsità.

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La ragazza con l’anello

gennaio 22, 2012 11 commenti

Non posso dimenticare i loro volti. Sembrano volteggiare davanti ai miei occhi sulle note di un valzer triste di Yann Tiersen. Non ricordo quasi mai i loro nomi, ma i loro occhi sì. Hanno gli sguardi preoccupati mentre firmano il consenso all’esame per poi sparire nella sala della TAC. Solo una mi rimane in mente, oggi. Forse per quello strano anello che indossa e che noto al momento della firma. E’ una ragazza dal viso simpatico, è sorridente. Firma, ringrazia, saluta e se ne va.

A fine giornata il medico arriva con il suo pacco di referti. Su alcuni di essi appare una piccola sigla, quasi invisibile, come se fosse un segno accidentale. Pessimo segno. Mi guarda in silenzio e mi lancia la solita occhiata prima di scorrere il monitor in cerca dei numeri di telefono dei medici curanti dei pazienti di cui ha siglato la cartellina. Riconosco, su una di esse, il nome della ragazza sorridente. Ci guardiamo per un attimo in silenzio. Non c’è bisogno di dire niente.

Sono passati due giorni. Rivedo il valzer dei volti. Tornano a prendere i risultati dei loro esami, E’ quasi l’ora di chiusura quando arriva lei. Indossa occhiali che le rendono il viso più carino. E l’anello. Le consegno la busta sigillata contenente il suo referto mentre lo sguardo mi cade sulla minuscola sigla e la cosa mi riempie di tristezza. Saluta e se ne va, ma sulla soglia fa quello che speravo non avrebbe mai fatto: si volta e torna indietro. E’ preoccupata, mi dice, e preferisce leggere il referto immediatamente, lì, davanti a me.

Non farlo! Ti prego, non ora… non qui! L’urlo mi rimane dentro, rimbalza, inutile, tra il cuore e la mente. Non ce la faccio a guardarla negli occhi. Spero che suoni il telefono, che arrivi qualcuno, qualunque cosa pur di non guardarla negli occhi. Mentre il suo sorriso si spegne vorrei abbracciarla. Non porta la fede e mi chiedo se stasera qualcuno, a casa, potrà consolarla, se l’avvolgerà in un abbraccio per non farla sentire sola, fragile, esposta. Mi chiedo se riconosce un Dio contro il quale imprecare. Anni di ambulanza non mi hanno ancora abituato all’incontro con la paura, con la sofferenza, con un futuro negato, incerto, compromesso. Impallidisce. Si porta le mani alle guance, sotto i suoi occhi mi sembra di veder brillare una lacrima. Mi saluta con un mezzo sorriso lasciandomi lì, inutile, mentre sparisce nel buio.

Porta con se il mio abbraccio non dato.

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Ottimismo natalizio

dicembre 7, 2011 18 commenti

Non ho voglia di natale.

Non ho voglia di musichette, di luci e colori, di bambini che addentano panettoni, di renne dal naso rosso, di alberi a intermittenza o di pacchi avvolti in carta lucida. Nemmeno di Babbi Natale farciti da poveri diavoli che scampanellano davanti ai centri commerciali per racimolare qualche euro.

Non è colpa di Monti, nè della BCE, e nemmeno degli sciacalli che oltre oceano hanno provocato la caduta della prima tessera del domino, illudendo moltitudini di poveracci che anche loro avrebbero potuto coronare il sogno di una casa. Coi debiti.

Tutto suona così falso, artificiale, ogni anno di più. Invece di convincersi che a Natale bisogna essere tanto buoni dovremmo ricordarci di tutte le occasioni che ci sono durante l’anno per comportarsi in modo decente. Ma anche questo, come tutto il resto, è un discorso inutile e precotto.

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L’albero delle badanti

novembre 28, 2011 10 commenti

L’albero è grande e antico. Si trova proprio davanti al Muro del Pianto. No, non quello di Gerusalemme. Si chiama così un piccolo bar dove si ritrovano, ogni lunedì, i tifosi della squadra di calcio cittadina, sempre di umore pessimo visti i risultati degli ultimi tempi.
Intorno all’albero c’è una grande panchina circolare che lo abbraccia. La domenica pomeriggio su quella panchina si possono ascoltare molte lingue diverse. Russo, ucraino, polacco, georgiano. Le badanti dell’Est sembrano darsi appuntamento sotto quelle grandi foglie, nei loro pomeriggi liberi. Hanno visi rubicondi e fisici non troppo slanciati. Molte di loro sono tecnologicamente avanzate: aprono i loro portatili e, attraverso Skype, si mantengono in contatto con i mariti, chattano con i figli, guardano le foto dei nipotini che ancora abitano nel loro paese di origine.
Mi viene da pensare che forse, tra qualche anno, sotto un albero di una qualunque città cinese, potrebbe riunirsi un gruppo di badanti italiane nel loro giorno di riposo, l’unico in cui non debbono cambiare il pannolone a qualche ricco cliente.

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Il nuovo mondo

novembre 11, 2011 20 commenti

Sono approdato qui come Robinson Crusoe sull’isola deserta. La nave Splinder, nel momento in cui scrivo, non è ancora affondata ma sta dando preoccupanti segni di cedimento; perciò, come buona parte della ciurma, sono saltato in acqua. Non si sa mai.

Porto con me, in un vecchio baule, alcuni vecchi post ai quali sono molto affezionato. Forse li pubblicherò, forse no. Qui, in questo nuovo mondo, costruirò la mia capanna, qui accenderò il mio fuoco.

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